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Il 19 marzo si è tenuta l’edizione 2013 di IBT, talmente ricca di interventi e di stimoli che è veramente difficile riassumerla in un post, mi limiterò perciò a raccontare alcune delle cose che ho ascoltato e che hanno catturato la mia attenzione. Troverete le slides degli interventi qui

Le tre parole chiave di If Book Then sono state tecnologia, dati e contenuti.

La prima sessione, dedicata alla tecnologia è stata aperta da Javier Celaya, CEO di Dosdoce, che ha spiegato perchè per gli editori, in un contesto digitale dominato dal web, sia importante investire ed avere un controllo sulla tecnologia che veicola i contenuti. Gli editori (e le biblioteche aggiungo io) si trovano ad operare in un contesto in cui sono cambiate le modalità di scoperta di informazione, cultura e divertimento, il modo in cui vengono consumati i contenuti (con importanza crescente dei tablets), sono cambiate le loro modalità di produzione e di condivisione (dove l’accesso prevale sul possesso) e anche quelle di lettura (si è passati infatti da una lettura che richiedeva esclusivamente un attenzione visiva ad una “finger centric” che segna la fine dei contenuti statici), è cambiato, infine, il modo di pensare (i nostri cervelli attivano aree diverse).

L’editoria non può restare immune alle trasformazioni e dovrebbe fare della tecnologia la sua seconda pelle, dovrebbe passare da un modello di business basato sui contenitori di contenuti ad un’industria di servizi agli autori e ai lettori (raccomandazioni, trasferimento di note e commenti..) identificati e realizzati grazie ad alleanze con le startup. Quest’ultime sono innovatrici per loro natura, sanno realizzare prodotti e nuove idee in un contesto caratterizzato dall’incertezza e possono essere di grande supporto agli editori tradizionali, mentre affidarsi alle tecnologie dei “big players” non consente il controllo dei dati e costringe a muoversi alla cieca. L’invito agli editori è dunque quello di non limitarsi ad essere utenti passivi della tecnologia sviluppata da altri ma di diventarne creatori lavorando (così come ha fatto il NY Times) con le startup. Il compito di rappresentare la loro natura innovativa e la qualità dei loro servizi è stato affidato ad Atavist (piattaforma sofisticata di contenuti nativi digitali che ha tra i suoi clienti TED, The WSJ, Pearsons..), Booktype (piattaforma open source per autori e editori di Sourcefabric), Mobnotate (una piattaforma per costruire percorsi di lettura personalizzati all’interno di un testo, capace di trasformare, attraverso link traversali, un libro in uno spazio di scoperta di molti altri) ed infine Skoobe e Valobox che nella loro presentazione hanno chiamato in causa, sia direttamente che indirettamente, le biblioteche.

Valobox è una startup inglese che offre libri digitali “webfriendly” e si basa sul modello “pay-as-you-go”: non richiede di acquistare l’intero libro se interessano solo alcuni capitoli, né di fare il download di file che necessitano di software ad hoc, non prevede lunghe procedure ogni qualvolta si decida di procedere all’acquisto, consente invece di effettuare una ricerca all’interno del testo completo, individuarne le parti di interesse e pagare solo per quelle che sono state lette. Soprattutto Valobox integra gli ebook con il resto del web catturando come clienti coloro che non stanno cercando libri ma informazioni e fa in modo che i contenuti dei libri solitamente blindati siano facilmente ricercabili, inoltre le operazioni di ricerca, scoperta e acquisto avvengano nello stesso ambiente. Lo scopo del servizio è quello di connettere le persone con le informazioni di cui hanno bisogno, di aiutarle ad individuare tra i tanti libri su un dato argomento quello che risponde al loro bisogno informativo. Una dichiarazione che sembra ricalcare i “mission statements” di molte biblioteche e che deve far riflettere noi bibliotecari nel momento in cui, volendo dimostrare il valore aggiunto dei nostri servizi, ci dobbiamo confrontare con servizi e algoritmi che sembrano sostituirci brillantemente.

Skoobe è un startup tedesca, una mobile library, che offre un servizio di ebook in abbonamento (€9.90 al mese con rinnovo automatico) per tablet e smartphone (una sorta di Spotify dell’ebook, il loro logo ne sembra un richiamo esplicito) che consente ai propri clienti di leggere quanti titoli vogliono e si rivolge a chi non sente il bisogno di possedere ciò che legge, creata con il supporto di due grandi editori quali Random House e Holtzbrinck. Una sorta di biblioteca privata che, con mia grande sorpresa, propone il suo modello di business agli editori promettendo guadagni in crescita costante e dimostrando di essere un partner più appetibile rispetto alle biblioteche tradizionali.

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Nella slide la linea orizzontale rappresenta i guadagni che provengono dalle vendite alle biblioteche, quella obliqua quelli con il modello Sbooke. Il grafico non mi pare corretto, la linea orizzontale riproduce quanto avviene per il mercato cartaceo (molti prestiti con un’unica vendita) e non nel mercato  digitale in cui le biblioteche non acquistano solo il titolo ma anche i download, ma a parte questi dati “non confrontabili” mi lascia perplessa l’idea che gli editori possano pensare alle biblioteche come concorrenti quando il vero problema sta altrove, in un mercato controllato dai “big players” che fanno il bello e il cattivo tempo in termini di pricing e di controllo dei dati. Mi piacerebbe invece che le biblioteche fossero considerate possibili alleati e non solo clienti più o meno redditizi e forse una collaborazione, come già auspicato nell’edizione estiva dell’evento, potrebbe partire proprio da una condivisione dei dati (pur con tutte le dovute cautele in termini di privacy e di limiti etici), quei Big Data a cui è stata dedicata la sessione centrale di IBT e di cui ci parla Virginia Gentilini.

La parte finale dell’evento si è occupata di contenuti. Kassia Krozser di Booksquare ha raccontato il punto di vista del lettore, mentre Hannes Eder ha illustrato il modello di digital lending svedese nato dalla collaborazione fra editori e biblioteche.

Con “What do readers want? A not-simple question” Kassia Krozser ha raccontato la sua esperienza di grande lettrice passata con soddisfazione dal cartaceo al digitale (tranne per le riviste che nella versione digitale ancora non la soddisfano) ed ha invitato gli editori a fare autocritica sollevando il problema del “lettore platonico”. Quella figura di lettore molto cara agli editori (e anche ad alcuni bibliotecari) ma che è molto lontana dal lettore reale, o meglio dai lettori reali portatori ognuno di un’esigenza diversa: il lettore del tempo libero, il giovane lettore, il lettore di audiolibri, quello con difficoltà visive… Compito degli editori è quello di individuare le diverse caratteristiche ed esigenze e di rispondere con una produzione adeguata, offrire contenuti (ed anche metadati che devono essere buoni anche per il lettore) utili a risolvere un problema o a soddisfare un bisogno, oltre a privilegiare il contesto rispetto al contenitore che deve essere funzionale (pensiamo ai testi il cui valore sta nell’aggiornamento continuo) e dare importanza alla qualità che, per il lettore, conta più del prezzo, mentre spesso non caratterizza i libri digitali.

La sessione dei contenuti è stata chiusa da Hannes Eder, Ceo di Publit, una publishing platform svedese che collabora con le biblioteche locali e che propone un suo modello di digital lending. Secondo Hannes Eder lo scontro fra editori (che temono la cannibalizzazione da parte dei servizi di digital lending bibliotecari e introducono elementi di attrito) e biblioteche (che contestano i modelli di business del mercato digitale basato sulle licenze) dipende dal fatto che entrambi trattano gli ebook come se fossero oggetti, allo stesso modo dei libri di carta. E così da un lato le biblioteche rifiutano i costi aggiuntivi (per download) al prezzo del libro perchè non esistono per il cartaceo, dall’altro gli editori impongono il modello one book/one user che prevede l’acquisto di licenze aggiuntive per prestare lo stesso titolo a più utenti contemporaneamente e introducono anche un numero massimo di prestiti a simulare l’usura dell’analogico. Il tutto si risolverebbe se si smettesse di considerare gli ebook merci da distribuire sul mercato e li si vedesse come servizi che sono oggetto di licenza che va negoziata dalle due parti. Il modello svedese prevede che le biblioteche possano accedere all’intero catalogo editoriale senza il pagamento di alcun fee aggiuntivo, non impone un limite al numero di accessi concorrenti e si basa su un costo per ogni transazione oltra ad un fee ogni volta che un titolo viene reso disponibile ad un utente. Modello che ha già ottenuto un grande risultato dato che nel 2012 il sistema bibliotecario svedese ha prestato un numero di ebook sei volte maggiore di quelli movimentati dai distributori commerciali. La Publit, rispetto al modello tradizionale del mercato editoriale svedese, è riuscita inoltre a ridurre il fee di distribuzione da 50% al 20%, ha proposto un pricing dinamico (è l’editore che stabilisce il costo per circolazione), ha creato strumenti che permettono di filtrare i titoli del catalogo e sviluppato una piattaforma di pubblicazione che può essere utilizzata anche dalle biblioteche che diventano partners degli editori. Esse infatti stanno contribuendo alla digitalizzazione di opere di catalogo e in cambio ottengono interessanti condizioni per il digital lending dei titoli di quegli editori: i titoli front list (che solitamente subiscono un embargo) sono disponibili immediatamente con un prezzo freemium, i titoli di back e mid list hanno prezzi inferiori, i testi digitalizzati dalle biblioteche sono disponibili per undici anni ad un costo d’abbonamento fisso.

Un modello a mio parere che ha tutte le carte in regola per affermarsi  in quanto serve gli interessi di entrambe le parti coinvolte scardinando il modello cartaceo tradizionale e riconoscendo l’appartenenza di biblioteche ed editori allo stesso ecosistema.

La prossima settimana, il 19 marzo, si terrà a Milano la nuova edizione di If Book Then, la conferenza sul futuro dell’editoria organizzata da bookrepublic

Lo scorso giugno ho partecipato alla sessione estiva della manifestazione dedicata all’editoria accademica, scientifica e professionale, il cui obiettivo era quello di comprendere come la tecnologia possa influenzare l’accesso, la catalogazione, l’archiviazione e la distribuzione di contenuti digitali accademici. In particolare la riflessione si è focalizzata sul ruolo della rete nel cambiamento in atto, sulle trasformazioni e opportunità indotte dalle nuove tecnologie e sulle nuove modalità con cui gli autori produrranno e distribuiranno i loro contenuti.

Condivido di seguito alcuni degli appunti presi in quell’occasione, quello che ho colto e che mi è sembrato interessante. Tutti gli interventi invece li trovate qui.

La conferenza è stata aperta da Peter Brantley di Internet Archive (ricordo che Brantley risponderà a 10 domande sul prestito degli ebook il prossimo 18 marzo qui ) che ci ha parlato sia dei nuovi editori digitali (Apple, Amazon, Google e Microsoft) e del loro impatto nel campo dell’editoria che delle innovazioni editoriali nel campo delle riviste scientifiche come PLoS Currents  e PeerJ .

Al suo intervento sono seguiti, tra gli altri, quelli di Paola Dubini dell’Università Bocconi, di Baldur Bjarnason, di Javier Celaya di DosDoce e di Nellie McKesson di O’Reilly Media. Tutti hanno evidenziato il fatto che l’editoria sta vivendo un forte momento di cambiamento e che il passaggio alla rete implica per le imprese una spinta innovativa costante.

Bjarnason  ci ha raccontato, in uno stle originale, come nel passaggio al digitale le fasi di ideazione, realizzazione e authoring, un tempo distribuite secondo uno schema lineare, si mescolino e si sovrappongano e come i formati, cosi come le specifiche tecniche, siano in continua evoluzione. Ha inoltre previsto che nella nuova editoria l’attenzione si sposterà sempre di più dalle riviste e dai libri agli strumenti e ai servizi offerti dalle piattaforme che permetteranno sia ai singoli che alle organizzazioni di pubblicare per proprio conto.

Prospettiva questa annunciata anche da Brantley  insieme alla conseguente diminuzione del valore percepito degli editori accademici: servizi come PLoS Currents che consente la realizzazione e pubblicazione di riviste con risultati altamente professionali o di valutazione come altmetrics  o anche come goodreads  trasformano i concetti di editing, curatela e recensione. Cosa comporta tutto ciò secondo Brantley? Che lo sguardo verrà distolto dalle costose e complicate infrastrutture tecnologiche e distributive attuali consentendo una disintossicazione dell’editoria accademica da pesi economici inutili.

Affermazione che ha trovato in disaccordo Paola Dubini  convinta che gli editori continueranno ad avere un grande valore (e grandi interessi economici), ma modificheranno l’oggetto del loro business dato che probabilmente per i consumatori assumeranno maggior valore piattaforme, come PeerJ e PLoS (impegnate a soddisfare le esigenze specifiche di produzione in settori specialistici come l’editoria accademica).

Mi sembra di poter affermare che tutti i rappresentanti dell’editoria presenti al convegno abbiano accettato sia l’idea di una diminuzione del valore percepito dei marchi editoriali che quella della necessaria ridistribuzione del lavoro editoriale. Rispetto ai contenuti sono invece emerse alcune interessanti previsioni come la frammentazione dei prodotti, l’offerta di unità granulari d’informazioni che i lettori potranno remixare secondo le proprie specifiche esigenze, il miglioramento della “discoverability” dei testi (per far fronte al sovraffollamento informativo), l’introduzione di strumenti d’interazione, condivisione e collaborazione oltre a materiali aggiuntivi per facilitare sia la ricerca, che l’insegnamento e l’apprendimento.

Nella sua breve ma efficace presentazione Nellie McKesson  ha evidenziato i compromessi impliciti nei potenti servizi e ambienti di authoring, come iBook Author, servizi affascinanti per i prodotti che consentono di realizzare, ma proprietari in quanto  vincolano la distribuzione ad una specifica piattaforma. Mentre esistono prodotti interessanti come Inkling con grandi potenzialità nel campo dell’authoring sia per la fascia collaborativa che per progetti ad alto contenuto tecnologico come guide turistiche e libri di testo. Il suo intervento ci ha permesso di cogliere anche un altro cambiamento in ambito editoriale e cioè l’erosione del confine tra l’editoria STM (Scientific, Technical & Medical) e trade e come le fasi di lavoro che le caratterizzano siano sempre più simili.

Una similarità, ha sottolineato Marco Ferrario di BookRepublic, organizzatore del convegno, che in realtà era già emersa in precedenza grazie all’adozione di soluzioni tecnologiche importanti a supporto dell’interazione e delle visualizzazioni di dati complessi. Adozione che aveva comportato investimenti corposi attualmente minacciati dal matrimonio tra edizione e web. Quando infatti un autore può utilizzare Pressbooks, Aerbook Maker, iBook Author e Vook, o collaborare in una piattaforma come Inkling, molti dei progressi più significativi nel flusso di lavoro dell’editoria STM e di gestione dei contenuti sembrano essere drasticamente ridotti in valore. Si fa avanti inoltre un modello editoriale che consente di eliminare razionalmente tutti gli elementi che hanno poco a che fare con il processo di pubblicazione. La similarità dei due mercati suggerisce l’ipotesi di occasioni di confronto fra i diversi settori editoriali che potrebbero rivelarsi proficue nella fase di sviluppo di nuovi modelli. Entrambi i settori infatti presentano la necessità di conoscere meglio il proprio pubblico, le sue abitudini e bisogni ed è fondamentale la collaborazione di tutti gli elementi dell’ecosistema: autori, editori e lettori, ma anche docenti, ricercatori, università e biblioteche, tutti attori centrali nel processo di generazione del valore. È altrettanto importante (secondo gli editori presenti) riconoscere che il vantaggio competitivo può venire da un accesso efficace ai dati, dalla loro analisi e gestione, consentendo di analizzare i comportamenti dei “clienti”, migliorandone la soddisfazione, favorendo la creazione di servizi ad hoc e la messa in atto di strategie di pricing dinamico.

Le collaborazioni con le biblioteche non sono state oggetto di approfondimento dell’edizione estiva di If Book Then anche se è stato riconosciuto che esse dovrebbero essere considerate non solo clienti ma  partner con cui gli editori potrebbero lavorare per una ottenere una maggiore visibilità dei propri prodotti, per conoscere le modalità di fruizione dei testi da parte dell’utenza ed infine per contribuire a garantire l’accesso e la tutela della cultura.

Il programma della nuova edizione di IF BOOK THEN e i relatori che parteciparanno sembrano molto interessanti, non vedo l’ora di parteciparvi.

Rollerball (1975)

Sta rimbalzando da alcune settimane, dalla rete alla stampa tradizionale, la notizia della prossima apertura della prima biblioteca pubblica completamente senza libri a San Antonio nella contea di Bexar in Texas (il post più completo in italiano a mio avviso è questo). La nuova biblioteca, che promette di avere l’appeal degli Apple Stores, sarà dotata e/o composta di 100 ereaders disponibili al prestito, 50 ereaders precaricati per bambini, 50 postazioni, 25 laptop e 25 tablet da utilizzare in sede oltre ad altri device appositamente configurati per persone con disabilità visive. La biblioteca rappresenta una novità non solo per la sua impostazione ultra tecnologica ma anche perchè andrebbe a servire un’area sprovvista di biblioteca, con l’intento di raggiungere anche le persone che vivono in zone isolate. Lo stanziamento per l’acquisto delle collezioni digitali è di 250.000 dollari (per circa 10000 ebook).

In realtà le biblioteche senza libri sono state realizzate sia nel mondo accademico già dal 2010 (Stanford e Utsa) che nell’ambito delle biblioteche scolastiche (come la St. Louis Park in Minnesota dove libri e scaffali sono stati rimossi per far posto a spazi collaborativi) e di quelle pubbliche. Nel 2002 infatti presso la Santa Rosa branch library a Tucson in Arizona si è cercato di colmare il divario digitale dei residenti offrendo una biblioteca esclusivamente digitale. Il modello sembra funzionare nel mondo accademico, ma non succede lo stesso per la biblioteca scolastica appena citata, i cui utenti sono costretti a servirsi delle biblioteche pubbliche locali per prendere in prestito libri non più disponibili presso la propria, e nemmeno per la biblioteca in Arizona i cui utenti frustrati dalla tecnologia hanno chiesto che fossero acquistati anche libri cartacei.

In un’intervista rilasciata a NPR, Sarah Houghton, direttrice della San Rafael Public Library in California e nota blogger tech-savy, ha definito l’iniziativa prematura per tre ragioni: perchè non tutti amano leggere in digitale, non tutti sono tecnologicamente alfabetizzati e il supporto di cui hanno bisogno richiede un’operazione formativa impegnativa e costosa e perchè, infine, la maggior parte dei contenuti presenti nelle biblioteche tradizionali non sono disponibili in digitale. Oltre a questa scarsità tra l’altro si potrebbe aggiungere quella dei devices in quanto non è detto che la biblioteca di San Antonio, benchè apparentemente ben fornita, riuscirà a rispondere alla domanda degli utenti nei momenti di massimo utilizzo. Restando in ambito statunitense, ho trovato interessanti (dato che rappresentano il punto di vista di un utente esperto di digitale) le domande poste da Amanda Nelson nel suo blog.

Che ruolo hanno i bibliotecari in questo progetto visto che non vengono mai citati? Quali titoli saranno disponibili, i pochi best sellers e/o i titoli di pubblico dominio? Sono sufficienti dei computer per superare l’analfabetismo in genere? Sono giustificati i costi dell’operazione per quell’area visto che la popolazione residente si era limitata a chiedere una libreria (non un hub per scaricare ebook)? Non valeva forse la pena di rinforzare l’esistente sistema bibliotecario pur offrendo ebook e risorse digitali a quella fascia di popolazione che al momento ne fa richiesta?

Le reazioni in ambito italiano invece mi pare non riescano ad uscire dal solito schema contenitore vs contenuto, lo stesso che faceva dubitare che un ebook potesse essere definito libro a tutti gli effetti, ma applicato alla biblioteca nel suo insieme per cui viene da chiedersi cosa sia o si intenda per biblioteca.

"This is not a library" afferma il protagonista di Rollerball nel video qui sopra. Ma cos’è allora una biblioteca? Se la si definisce solo in base alla presenza di apparecchiature elettroniche e connessioni molte delle nostre case ed uffici potrebbero essere definite biblioteche. Ma non possiamo nemmeno definire biblioteca un insieme di scaffali pieni di libri la cui ragione di esistere a quanto pare è confinata a “Quel profumo (e rumore) di carta..” troppo spesso evocato. Cosa fa dunque di una biblioteca una biblioteca? Il contenuto della raccolta? Lo scopo che giustifica la sua esistenza? La sua missione e la sua realizzazione?

“This is not a library and you are really not a librarian” aggiuge il nostro protagonista alla fanciulla che sta alla “reception” e infatti si tratta di  una receptionist, mentre Jonathan E avrebbe bisogno del supporto di un bibliotecario per trovare le informazioni necessarie a realizzare la sua missione (informazioni, elemento non trascurabile, non più accessibili perchè controllate).

La domanda da porsi è dunque quale funzione abbiano le biblioteche ma soprattutto quale ruolo abbiano i bibliotecari in un contesto in continua evoluzione e governato dalla tecnologia, in una società in cui l’accesso all’informazione ubiqua e mediata dalla tecnologia è fondamentale per lo sviluppo dei singoli e della collettività. C’è da chiedersi se, forti delle competenze informative che sono elemento fondamentale della professione rafforzate da altre sempre nuove, i bibliotecari potranno fungere da strumento di cambiamento. Solo che per riaffermare la nostra professione come quella di esperti nella ricerca competente di informazioni è necessario impegnarsi in un processo faticoso di formazione continua e per far ciò è importante l’apprendimento, essere capaci di apprendere in autonomia, leggere molto ma in maniera selettiva, sperimentare all’infinito oltre ad avere una sensibilità particolare sia per le potenzialità che le insidie della tecnologia, il tutto sostenuto da una forte motivazione. E soprattutto servirebbe una cultura istituzionale dove apprendimento e sperimentazione siano incoraggiate.

Su Biblioteche Oggi (n°10 2012) è apparso un articolo (è possibile leggerlo online qui ) che, rifacendosi al documento dell’ALA “Ebook Business Models for Public Libraries”, fa il punto rispetto a prestito digitale e biblioteche negli U.S. e riporta la posizione dell’ALA che, con l’intento di trovare una soluzione alla “guerra” fra editori e biblioteche, ha avviato ormai da un anno trattative dirette con i primi facendosi portavoce delle esigenze e preoccupazioni delle seconde (qui un report).

Il passaggio dall’analogico al digitale ha rappresentato, sia per l’editoria che per le biblioteche, un brusco cambio di paradigma e la percezione dei vantaggi e delle opportunità che esso porta con sé è accompagnata dalla preoccupazione della perdita di diritti acquisiti (sfruttamento commerciale e tutela del copyright da un lato, d’uso/possesso dall’altro).

Gli editori, temendo che si possa ripetere per il mondo dell’editoria quanto successo nel mondo della musica con la diffusione degli mp3 e prospettando la cannibalizzazione delle vendite, hanno introdotto elementi che fungono da attrito e che rendono frustrante l’esperienza dell’utente di biblioteca che voglia usufruire del servizio di digital lending. Si tratta di modelli di business e licenze che imitano quanto succede per il cartaceo come quello one book/one user (anche se non è l’unico), la limitazione del numero di prestiti per una copia (a simulare l’usura del cartaceo) ma anche i DRM a proteggere il copyright o l’esclusione dal prestito digitale di parte o di tutta la loro produzione (al contrario di quanto avviene per il cartaceo dove tutto ciò che viene pubblicato può essere acquistato e prestato dalle biblioteche).

Le biblioteche (che già stanno affrontando le sfide che la rivoluzione dell’informazione porta con sé oltre alla recessione economica) si muovono in un ambiente nuovo dove il prestito non è più tutelato da una legge ad hoc, i prezzi non prevedono sconti ma costi aggiuntivi (copia+download+access fee) e dove al concetto di possesso si sostituisce quello di accesso regolato dal contratto. Tutte le potenzialità degli ebook in termini di accesso e diffusione su cui molti bibliotecari contavano sono state imbrigliate con esiti che hanno suscitato forti proteste perchè avvertiti come una minaccia della core mission delle biblioteche.

Al di là delle questioni di pricing (sono convinta tra l’altro che l’incidenza sul prezzo della mediazione degli aggregatori, come si accenna nell’articolo menzionato, sia veramente irrisoria rispetto al lavoro di contrattazione di modelli e licenze con soggetti diversi, l’indicizzazione, la gestione degli aspetti amministrativi etc… che le biblioteche dovrebbero affrontare), di copyright e della sua tutela tramite i DRM, i bibliotecari devono affrontare anche la questione relativa al loro ruolo di curatori e promotori della lettura in una fase in cui l’editoria ha conosciuto una forte espansione oltre all’emersione del self-publishing.

La prima risposta concreta (in quanto è andata al di là delle proteste e delle rivendicazioni) che ha tenuto conto delle diverse questioni sul tavolo è venuta dalle Douglas County Libraries in Colorado e al momento rappresenta un modello per le biblioteche d’oltreoceano anche se presenta costi proibitivi per la maggior parte di esse. Le DCL (ne ho parlato qui e qui oltre che a ebook.fest) si sono rivolte agli editori indipendenti chiedendo di poter acquistare ebook scontati senza restrizioni, di poterne gestire la circolazione autonomamente con una propria piattaforma (con un occhio speciale alla serendipidity della navigazione e alla facilità di accesso ai contenuti grazie all’integrazione) e garantendo la protezione della proprietà intellettuale nelle modalità indicate dagli editori, hanno inoltre rivolto l’attenzione al self-publishing acquistando ben 10000 titoli selezionati fra quelli pubblicati da Smashwords. Anche queste biblioteche però, per quanto riguarda l’editoria mainstream, si affidano agli aggregatori specializzati nel digital lending e soffrono delle limitazioni imposte dagli editori.

Ma esiste una soluzione accettabile sia dagli editori che dalle biblioteche?

Mi sembra convincente la posizione di David Vinjamuri, docente di branding and social media alla NYU: sostiene che le trattative tra editori e biblioteche non progrediscono perchè entrambe le posizioni si fondano su un paradigma sbagliato che assimila gli ebook ai libri (quindi oggetti fisici a cui si applica il concetto di proprietà) anziché ai software. Infatti per gli ebook non vale la First Sale Doctrine (principio di esaurimento del diritto d’autore) e sul mercato sono venduti sotto licenza d’uso esattamente come i software cosicché, rispetto ad essi, le biblioteche potrebbero essere viste come “rivenditori”.

La soluzione proposta è quella del per-use model, cioè di far pagare alle biblioteche un tot per prestito basato su un costo per circolazione (numero di prestiti diviso per costo dei libri prestati), costo che potrebbe essere diversamente calcolato per i singoli editori e anche per bestseller o blacklist. I vantaggi per gli editori sarebbero la misurabilità (dati di circolazione certi), la flessibilità dei prezzi modulabili sul ciclo di vita dell’ebook e l’equità. Le biblioteche potrebbero accedere all’intera produzione, pagare solo per i titoli effettivamente utilizzati dagli utenti pur offrendo l’intero catalogo e rispondendo alle richieste degli utenti anziché cercare di prevederle e il mantenimento degli attuali costi per circolazione.

Temo che le biblioteche non siano disposte o pronte a rinunciare al possesso, in fondo fino ad ora possedere un’opera era l’unica modalità per garantirne l’accesso. Sono però anche convinta che rinunciare ora a garantire ai propri utenti l’accesso in attesa di una soluzione definitiva o di garanzie di accesso perpetuo (per opere che spesso hanno vita breve in termine di interesse dei nostri utenti e che comunque attualmente sono presenti nelle nostre collezioni anche in formato cartaceo) abbia esiti esclusivi anziché inclusivi e impedisca alle biblioteche pubbliche di giocare un ruolo attivo nella costruzione dei servizi digitali.

Oggi ho letto il post “A Library Conference Survival Guide: 20 Tips”.

Si tratta di una guida dal taglio pragmatico per prepararsi ad un convegno bibliotecario e sfruttarlo al meglio. Si va dai consigli relativi all’organizzazione del viaggio (cosa mettere in valigia) e del soggiorno, ad altri riguardanti le relazioni sociali (portare sempre con sé i biglietti da visita, pensare cosa dire per presentarsi al meglio) a quelli relativi alla scelta delle sessioni da seguire (condividere le scelte online prima di partire), a cosa fare a convegno ultimato. Non mancano nemmeno quelli sui momenti di svago e sull’”immancabile Karaoke” per bibliotecari. Il punto 14 (traduzione mia) è interessante:

14) Se non state imparando, lasciate la sessione

Molti bibliotecari sono restii a farlo perchè pensano sia maleducazione alzarsi e lasciare una sessione prima della fine, ma il fatto è che se non stai imparando nulla non c’è motivo per rimanere lì… Di solito puoi stabilire entro i primi 5-10 minuti di una sessione se riuscirà a catturare le tua attenzione per l’intera durata di 45-90 minuti. Se si tratta della ripetizione di qualcosa che hai sentito molte volte, pensa che potresti imparare qualcosa di nuovo in un’altra sessione. Quindi tieni il programma a portata di mano e muoviti!

Nell’anno appena passato mi è capitato in qualche caso di lasciare una sessione poco interessante o di uscire da un convegno con la sensazione che si fosse trattato di un’occasione mancata, con la domanda “e quindi?” sospesa, senza risposta. Penso di non essere la sola, vorrei perciò condividere alcune riflessioni nate da quelle esperienze.

  • Relatori brillanti: i relatori non devono necessariamente essere degli intrattenitori, è però vero che quelle del comunicare e presentare bene delle idee, stando nei tempi e tenendo conto del pubblico a cui ci si rivolge, sono competenze professionali da sviluppare e curare. Non è sufficiente aver raggiunto grandi risultati nel proprio ambito lavorativo o aver pubblicato articoli, bisogna anche saperli comunicare in maniera efficace.

  • Il faccia a faccia: fino a poco tempo fa i convegni erano occasioni importanti e pressoché uniche per l’aggiornamento e lo scambio di idee ed esperienze. Le nuove tecnologie ci consentono di essere sempre connessi e di conoscere in tempo reale, un convegno dovrebbe perciò offrire qualcosa di più e non solo informazioni che potrebbero essere comodamente scaricate e lette stando a casa; la presenza, il faccia a faccia dovrebbero essere funzionali al buon esito del convegno, dovrebbero essere considerati una componente dell’esperienza. Ciò non toglie che lo streaming degli eventi dovrebbe essere sempre disponibile. E’ assurdo ma mi capita sempre più spesso di seguire webinar che si tengono negli Stati Uniti mentre sembra che in Italia sia possibile partecipare ad eventi solo in presenza.

  • I temi delle relazioni: gli organizzatori dovrebbero individuare quali sono i “vuoti” nella comunicazione e nella letteratura professionale e cercare di colmarli. I relatori anziché limitarsi a raccontare la propria esperienza o a sintetizzare l’oggetto dei propri studi o approfondimenti dovrebbero invece evidenziarne la portata innovativa e il cambiamento che potrebbero portare nei servizi e nella professione. Se i partecipanti al convegno ricevessero prima dello stesso un’anticipazione delle relazioni (sì è vero forse non abbiamo tutto questo tempo) gli interventi potrebbero servire a fare un passo ulteriore, a stimolare domande e riflessioni o approfondimenti.

  • Sarebbe auspicabile infine che i convegni per bibliotecari non fossero tenuti esclusivamente da altri bibliotecari e che non prevedessero argomenti di esclusivo interesse dei bibliotecari: il confronto con soggetti “estranei” alla nostra professione o con chi, pur lavorando nel campo dell’editoria, dell’informazione e della comunicazione, è portatore di idee ed esigenze diverse dalle nostre, potrebbe essere stimolante.

    Avete altri suggerimenti? L’anno è appena iniziato, magari qualcuno là fuori ci ascolta ;-)

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