Rebloggo questa riflessione di Andrea sulla decadente situazione del “social reading”, in Italia e...
Gadget party [cartoon] http://bit.ly/13BZYCR
Digital Library by Óscar T. Pérez
I’ve heard the lament in more than one library discussion over the years. “People aren’t...
Rollerball (1975)
Sta rimbalzando da alcune settimane, dalla rete alla stampa tradizionale, la notizia della prossima apertura della prima biblioteca pubblica completamente senza libri a San Antonio nella contea di Bexar in Texas (il post più completo in italiano a mio avviso è questo). La nuova biblioteca, che promette di avere l’appeal degli Apple Stores, sarà dotata e/o composta di 100 ereaders disponibili al prestito, 50 ereaders precaricati per bambini, 50 postazioni, 25 laptop e 25 tablet da utilizzare in sede oltre ad altri device appositamente configurati per persone con disabilità visive. La biblioteca rappresenta una novità non solo per la sua impostazione ultra tecnologica ma anche perchè andrebbe a servire un’area sprovvista di biblioteca, con l’intento di raggiungere anche le persone che vivono in zone isolate. Lo stanziamento per l’acquisto delle collezioni digitali è di 250.000 dollari (per circa 10000 ebook).
In realtà le biblioteche senza libri sono state realizzate sia nel mondo accademico già dal 2010 (Stanford e Utsa) che nell’ambito delle biblioteche scolastiche (come la St. Louis Park in Minnesota dove libri e scaffali sono stati rimossi per far posto a spazi collaborativi) e di quelle pubbliche. Nel 2002 infatti presso la Santa Rosa branch library a Tucson in Arizona si è cercato di colmare il divario digitale dei residenti offrendo una biblioteca esclusivamente digitale. Il modello sembra funzionare nel mondo accademico, ma non succede lo stesso per la biblioteca scolastica appena citata, i cui utenti sono costretti a servirsi delle biblioteche pubbliche locali per prendere in prestito libri non più disponibili presso la propria, e nemmeno per la biblioteca in Arizona i cui utenti frustrati dalla tecnologia hanno chiesto che fossero acquistati anche libri cartacei.
In un’intervista rilasciata a NPR, Sarah Houghton, direttrice della San Rafael Public Library in California e nota blogger tech-savy, ha definito l’iniziativa prematura per tre ragioni: perchè non tutti amano leggere in digitale, non tutti sono tecnologicamente alfabetizzati e il supporto di cui hanno bisogno richiede un’operazione formativa impegnativa e costosa e perchè, infine, la maggior parte dei contenuti presenti nelle biblioteche tradizionali non sono disponibili in digitale. Oltre a questa scarsità tra l’altro si potrebbe aggiungere quella dei devices in quanto non è detto che la biblioteca di San Antonio, benchè apparentemente ben fornita, riuscirà a rispondere alla domanda degli utenti nei momenti di massimo utilizzo. Restando in ambito statunitense, ho trovato interessanti (dato che rappresentano il punto di vista di un utente esperto di digitale) le domande poste da Amanda Nelson nel suo blog.
Che ruolo hanno i bibliotecari in questo progetto visto che non vengono mai citati? Quali titoli saranno disponibili, i pochi best sellers e/o i titoli di pubblico dominio? Sono sufficienti dei computer per superare l’analfabetismo in genere? Sono giustificati i costi dell’operazione per quell’area visto che la popolazione residente si era limitata a chiedere una libreria (non un hub per scaricare ebook)? Non valeva forse la pena di rinforzare l’esistente sistema bibliotecario pur offrendo ebook e risorse digitali a quella fascia di popolazione che al momento ne fa richiesta?
Le reazioni in ambito italiano invece mi pare non riescano ad uscire dal solito schema contenitore vs contenuto, lo stesso che faceva dubitare che un ebook potesse essere definito libro a tutti gli effetti, ma applicato alla biblioteca nel suo insieme per cui viene da chiedersi cosa sia o si intenda per biblioteca.
“This is not a library” afferma il protagonista di Rollerball nel video qui sopra. Ma cos’è allora una biblioteca? Se la si definisce solo in base alla presenza di apparecchiature elettroniche e connessioni molte delle nostre case ed uffici potrebbero essere definite biblioteche. Ma non possiamo nemmeno definire biblioteca un insieme di scaffali pieni di libri la cui ragione di esistere a quanto pare è confinata a “Quel profumo (e rumore) di carta..” troppo spesso evocato. Cosa fa dunque di una biblioteca una biblioteca? Il contenuto della raccolta? Lo scopo che giustifica la sua esistenza? La sua missione e la sua realizzazione?
“This is not a library and you are really not a librarian” aggiuge il nostro protagonista alla fanciulla che sta alla “reception” e infatti si tratta di una receptionist, mentre Jonathan E avrebbe bisogno del supporto di un bibliotecario per trovare le informazioni necessarie a realizzare la sua missione (informazioni, elemento non trascurabile, non più accessibili perchè controllate).
La domanda da porsi è dunque quale funzione abbiano le biblioteche ma soprattutto quale ruolo abbiano i bibliotecari in un contesto in continua evoluzione e governato dalla tecnologia, in una società in cui l’accesso all’informazione ubiqua e mediata dalla tecnologia è fondamentale per lo sviluppo dei singoli e della collettività. C’è da chiedersi se, forti delle competenze informative che sono elemento fondamentale della professione rafforzate da altre sempre nuove, i bibliotecari potranno fungere da strumento di cambiamento. Solo che per riaffermare la nostra professione come quella di esperti nella ricerca competente di informazioni è necessario impegnarsi in un processo faticoso di formazione continua e per far ciò è importante l’apprendimento, essere capaci di apprendere in autonomia, leggere molto ma in maniera selettiva, sperimentare all’infinito oltre ad avere una sensibilità particolare sia per le potenzialità che le insidie della tecnologia, il tutto sostenuto da una forte motivazione. E soprattutto servirebbe una cultura istituzionale dove apprendimento e sperimentazione siano incoraggiate.
Su Biblioteche Oggi (n°10 2012) è apparso un articolo (è possibile leggerlo online qui ) che, rifacendosi al documento dell’ALA “Ebook Business Models for Public Libraries”, fa il punto rispetto a prestito digitale e biblioteche negli U.S. e riporta la posizione dell’ALA che, con l’intento di trovare una soluzione alla “guerra” fra editori e biblioteche, ha avviato ormai da un anno trattative dirette con i primi facendosi portavoce delle esigenze e preoccupazioni delle seconde (qui un report).
Il passaggio dall’analogico al digitale ha rappresentato, sia per l’editoria che per le biblioteche, un brusco cambio di paradigma e la percezione dei vantaggi e delle opportunità che esso porta con sé è accompagnata dalla preoccupazione della perdita di diritti acquisiti (sfruttamento commerciale e tutela del copyright da un lato, d’uso/possesso dall’altro).
Gli editori, temendo che si possa ripetere per il mondo dell’editoria quanto successo nel mondo della musica con la diffusione degli mp3 e prospettando la cannibalizzazione delle vendite, hanno introdotto elementi che fungono da attrito e che rendono frustrante l’esperienza dell’utente di biblioteca che voglia usufruire del servizio di digital lending. Si tratta di modelli di business e licenze che imitano quanto succede per il cartaceo come quello one book/one user (anche se non è l’unico), la limitazione del numero di prestiti per una copia (a simulare l’usura del cartaceo) ma anche i DRM a proteggere il copyright o l’esclusione dal prestito digitale di parte o di tutta la loro produzione (al contrario di quanto avviene per il cartaceo dove tutto ciò che viene pubblicato può essere acquistato e prestato dalle biblioteche).
Le biblioteche (che già stanno affrontando le sfide che la rivoluzione dell’informazione porta con sé oltre alla recessione economica) si muovono in un ambiente nuovo dove il prestito non è più tutelato da una legge ad hoc, i prezzi non prevedono sconti ma costi aggiuntivi (copia+download+access fee) e dove al concetto di possesso si sostituisce quello di accesso regolato dal contratto. Tutte le potenzialità degli ebook in termini di accesso e diffusione su cui molti bibliotecari contavano sono state imbrigliate con esiti che hanno suscitato forti proteste perchè avvertiti come una minaccia della core mission delle biblioteche.
Al di là delle questioni di pricing (sono convinta tra l’altro che l’incidenza sul prezzo della mediazione degli aggregatori, come si accenna nell’articolo menzionato, sia veramente irrisoria rispetto al lavoro di contrattazione di modelli e licenze con soggetti diversi, l’indicizzazione, la gestione degli aspetti amministrativi etc… che le biblioteche dovrebbero affrontare), di copyright e della sua tutela tramite i DRM, i bibliotecari devono affrontare anche la questione relativa al loro ruolo di curatori e promotori della lettura in una fase in cui l’editoria ha conosciuto una forte espansione oltre all’emersione del self-publishing.
La prima risposta concreta (in quanto è andata al di là delle proteste e delle rivendicazioni) che ha tenuto conto delle diverse questioni sul tavolo è venuta dalle Douglas County Libraries in Colorado e al momento rappresenta un modello per le biblioteche d’oltreoceano anche se presenta costi proibitivi per la maggior parte di esse. Le DCL (ne ho parlato qui e qui oltre che a ebook.fest) si sono rivolte agli editori indipendenti chiedendo di poter acquistare ebook scontati senza restrizioni, di poterne gestire la circolazione autonomamente con una propria piattaforma (con un occhio speciale alla serendipidity della navigazione e alla facilità di accesso ai contenuti grazie all’integrazione) e garantendo la protezione della proprietà intellettuale nelle modalità indicate dagli editori, hanno inoltre rivolto l’attenzione al self-publishing acquistando ben 10000 titoli selezionati fra quelli pubblicati da Smashwords. Anche queste biblioteche però, per quanto riguarda l’editoria mainstream, si affidano agli aggregatori specializzati nel digital lending e soffrono delle limitazioni imposte dagli editori.
Ma esiste una soluzione accettabile sia dagli editori che dalle biblioteche?
Mi sembra convincente la posizione di David Vinjamuri, docente di branding and social media alla NYU: sostiene che le trattative tra editori e biblioteche non progrediscono perchè entrambe le posizioni si fondano su un paradigma sbagliato che assimila gli ebook ai libri (quindi oggetti fisici a cui si applica il concetto di proprietà) anziché ai software. Infatti per gli ebook non vale la First Sale Doctrine (principio di esaurimento del diritto d’autore) e sul mercato sono venduti sotto licenza d’uso esattamente come i software cosicché, rispetto ad essi, le biblioteche potrebbero essere viste come “rivenditori”.
La soluzione proposta è quella del per-use model, cioè di far pagare alle biblioteche un tot per prestito basato su un costo per circolazione (numero di prestiti diviso per costo dei libri prestati), costo che potrebbe essere diversamente calcolato per i singoli editori e anche per bestseller o blacklist. I vantaggi per gli editori sarebbero la misurabilità (dati di circolazione certi), la flessibilità dei prezzi modulabili sul ciclo di vita dell’ebook e l’equità. Le biblioteche potrebbero accedere all’intera produzione, pagare solo per i titoli effettivamente utilizzati dagli utenti pur offrendo l’intero catalogo e rispondendo alle richieste degli utenti anziché cercare di prevederle e il mantenimento degli attuali costi per circolazione.
Temo che le biblioteche non siano disposte o pronte a rinunciare al possesso, in fondo fino ad ora possedere un’opera era l’unica modalità per garantirne l’accesso. Sono però anche convinta che rinunciare ora a garantire ai propri utenti l’accesso in attesa di una soluzione definitiva o di garanzie di accesso perpetuo (per opere che spesso hanno vita breve in termine di interesse dei nostri utenti e che comunque attualmente sono presenti nelle nostre collezioni anche in formato cartaceo) abbia esiti esclusivi anziché inclusivi e impedisca alle biblioteche pubbliche di giocare un ruolo attivo nella costruzione dei servizi digitali.
Oggi ho letto il post “A Library Conference Survival Guide: 20 Tips”.
Si tratta di una guida dal taglio pragmatico per prepararsi ad un convegno bibliotecario e sfruttarlo al meglio. Si va dai consigli relativi all’organizzazione del viaggio (cosa mettere in valigia) e del soggiorno, ad altri riguardanti le relazioni sociali (portare sempre con sé i biglietti da visita, pensare cosa dire per presentarsi al meglio) a quelli relativi alla scelta delle sessioni da seguire (condividere le scelte online prima di partire), a cosa fare a convegno ultimato. Non mancano nemmeno quelli sui momenti di svago e sull’”immancabile Karaoke” per bibliotecari. Il punto 14 (traduzione mia) è interessante:
14) Se non state imparando, lasciate la sessione
Molti bibliotecari sono restii a farlo perchè pensano sia maleducazione alzarsi e lasciare una sessione prima della fine, ma il fatto è che se non stai imparando nulla non c’è motivo per rimanere lì… Di solito puoi stabilire entro i primi 5-10 minuti di una sessione se riuscirà a catturare le tua attenzione per l’intera durata di 45-90 minuti. Se si tratta della ripetizione di qualcosa che hai sentito molte volte, pensa che potresti imparare qualcosa di nuovo in un’altra sessione. Quindi tieni il programma a portata di mano e muoviti!
Nell’anno appena passato mi è capitato in qualche caso di lasciare una sessione poco interessante o di uscire da un convegno con la sensazione che si fosse trattato di un’occasione mancata, con la domanda “e quindi?” sospesa, senza risposta. Penso di non essere la sola, vorrei perciò condividere alcune riflessioni nate da quelle esperienze.
Relatori brillanti: i relatori non devono necessariamente essere degli intrattenitori, è però vero che quelle del comunicare e presentare bene delle idee, stando nei tempi e tenendo conto del pubblico a cui ci si rivolge, sono competenze professionali da sviluppare e curare. Non è sufficiente aver raggiunto grandi risultati nel proprio ambito lavorativo o aver pubblicato articoli, bisogna anche saperli comunicare in maniera efficace.
Il faccia a faccia: fino a poco tempo fa i convegni erano occasioni importanti e pressoché uniche per l’aggiornamento e lo scambio di idee ed esperienze. Le nuove tecnologie ci consentono di essere sempre connessi e di conoscere in tempo reale, un convegno dovrebbe perciò offrire qualcosa di più e non solo informazioni che potrebbero essere comodamente scaricate e lette stando a casa; la presenza, il faccia a faccia dovrebbero essere funzionali al buon esito del convegno, dovrebbero essere considerati una componente dell’esperienza. Ciò non toglie che lo streaming degli eventi dovrebbe essere sempre disponibile. E’ assurdo ma mi capita sempre più spesso di seguire webinar che si tengono negli Stati Uniti mentre sembra che in Italia sia possibile partecipare ad eventi solo in presenza.
I temi delle relazioni: gli organizzatori dovrebbero individuare quali sono i “vuoti” nella comunicazione e nella letteratura professionale e cercare di colmarli. I relatori anziché limitarsi a raccontare la propria esperienza o a sintetizzare l’oggetto dei propri studi o approfondimenti dovrebbero invece evidenziarne la portata innovativa e il cambiamento che potrebbero portare nei servizi e nella professione. Se i partecipanti al convegno ricevessero prima dello stesso un’anticipazione delle relazioni (sì è vero forse non abbiamo tutto questo tempo) gli interventi potrebbero servire a fare un passo ulteriore, a stimolare domande e riflessioni o approfondimenti.
Sarebbe auspicabile infine che i convegni per bibliotecari non fossero tenuti esclusivamente da altri bibliotecari e che non prevedessero argomenti di esclusivo interesse dei bibliotecari: il confronto con soggetti “estranei” alla nostra professione o con chi, pur lavorando nel campo dell’editoria, dell’informazione e della comunicazione, è portatore di idee ed esigenze diverse dalle nostre, potrebbe essere stimolante.
Avete altri suggerimenti? L’anno è appena iniziato, magari qualcuno là fuori ci ascolta ;-)
Da oggi MLOL ha un nuovo canale web che va ad aggiungersi al portale (http://www.mlol.it), alla pagina Facebook, all’account Twitter e ad altri strumenti (Youtube, Gruppi Facebook, ecc.).
Il blog ci serve perché Facebook e Twitter non ci consentono di gestire gli…
Se non è possibile prevedere il futuro, lo è però cercare di immaginarselo partendo da elementi noti. E’ quanto ha fatto Ken Roberts, bibliotecario canadese (premiato nel 2012 con il Canadian Library Association Outstanding Service to Librarianship Award), nel suo discorso di apertura al Changing Times, Inspiring Libraries Summit, tenutosi a Vancouver lo scorso dicembre, individuando tra i trend emergenti quelli che avranno un impatto sulle biblioteche e cercando di immaginarne l’effetto sui servizi futuri. Un discorso che è un’interessante riflessione, frutto di letture e approfondimenti, a mio parere ricco di spunti. Qui potete guardare i video, mentre io cercherò di raccontarlo di seguito.
La prima considerazione di Ken Roberts è che la migrazione dei lettori di libri cartacei agli ebook sia inevitabile. Anche coloro che attualmente esprimono disprezzo per gli ebook, sia i grandi lettori di narrativa che coloro che amano spaziare fra generi e autori diversi, si convertiranno al digitale “costretti” dal mercato, in quanto la stampa dei nuovi autori di narrativa e delle opere di catalogo rappresentano i costi maggiori per gli editori e quindi i primi ad essere tagliati grazie alle edizioni elettroniche. Coglieranno l’opportunità del digitale anche i consumatori di libri a grandi caratteri e di audiolibri date le possibilità offerte, in questa direzione, dal digitale, seppure ostacolate al momento dalla presenza dei DRM. Migrazione inevitabile anche per le biblioteche.
Gli ebook si evolveranno. Al momento infatti si discostano di poco dai predecessori di carta ma diventeranno qualcosa di completamente diverso rispetto alla “tecnologia libro” consolidatasi nei secoli passati. Il nostro pensiero va subito alle app, ma è forse più interessante pensare ad un’evoluzione del libro nel senso della “visualizzazione” dell’informazione (qui un esempio), cioè alla possibilità di convogliare idee e pensieri complessi tramite grafici interattivi (Top trend del 2012 secondo http://readwrite.com/) che potrebbero rappresentare i nuovi punti di accesso, esattamente come gli indici nei libri tradizionali.
Sempre più i contenuti sono creati, pubblicati e resi disponibili al di fuori dei canali distributivi tradizionali e in formati diversi, con un aumento del fenomeno del selfpublishing. E’ necessario che le biblioteche si focalizzino sempre meno sul formato (quello a cui tradizionalmente sono associate) e più sulla propria missione: garantire l’accesso alla conoscenza ai propri utenti. Il focus dovrà cioè spostarsi dalle infrastrutture esistenti (e alla loro conservazione) agli utenti la cui perdita renderà obsolete le strutture stesse.
Le nuove tecnologie sono attualmente adottate ad una velocità sostenuta, soprattutto i dispositivi mobili quali i tablets e gli smarthphones e si stanno diffondendo zone wifi ad accesso gratuito ma non ovunque. Quali sono le implicazioni per le biblioteche? Perchè non aprire le proprie reti wifi anche al di fuori delle mura e degli orari di apertura per garantire un canale di accesso all’informazione ad un numero sempre maggiore di utenti o anche offrire loro uno spazio “in the cloud” per la conservazione dei propri contenuti digitali senza pubblicità e con garanzia del rispetto della privacy?
Un altro trend emergente è la trasformazione delle biblioteche da spazi di consumo in spazi di creazione di contenuti, dove le persone si incontrano, imparano l’una dall’altra e si servono di queste nuove competenze (fab lab, YouMedia Center). Biblioteche dove gli spazi non sono occupati esclusivamente da scaffali o postazioni informatiche come canali esclusivi di accesso alla conoscenza ma trasformati in aree interattive come, ad esempio, quelle della biblioteca centrale di Copenaghen dove è possibile suonare (in modalità silenziosa) gli strumenti musicali e creare la propria musica.
La diffusione dell’informazione online ha fatto sì che le biblioteche siano sempre meno i luoghi privilegiati per la ricerca dell’informazione. Sappiamo, però, quanto sia importante al giorno d’oggi la creatività e quanto questa possa essere stimolata da opere d’immaginazione. Le biblioteche dovrebbero offrire queste opere (non solo narrativa ;-) ) per garantire appunto l’accesso all’immaginazione e alle idee e favorire la creatività.
Gli spazi con le postazioni informatiche presenti nelle biblioteche riflettono l’organizzazione delle sale di lettura individuale tradizionali mentre, sia in ambito lavorativo che educativo, si pone l’accento sull’importanza del lavoro di gruppo come stimolo per la creatività e l’innovazione. Oggi inoltre il pc è anche telefono, console di gioco, schermo per film, radio e uno strumento per videoconferenze. Tutti usi che non sono né silenziosi né individuali e che richiedono una diversa organizzazione degli spazi e dei servizi bibliotecari.
Un altro trend è rappresentato dal movimento open data. Le iniziative open consentono di accedere alle informazioni, interpretarle e ripubblicarle diffondendole anche al di fuori del contesto in cui sono nate. Le implicazioni per il servizio biblioteca (dal punto di vista dei bisogni interni) sono importanti, pensiamo ad esempio alla possibilità di mappare risorse e profili utenti che consentirebbe la segnalazione di contenuti ad hoc. Le biblioteche (nuovi Hacker Spaces?) potrebbero inoltre diventare gli “ospiti naturali” di attività basate sugli open data nell’interesse della comunità (di prossimità o di interessi che sia) mettendo a disposizione anche le competenze e gli strumenti necessari.
L’alfabetismo informativo tradizionale, legato cioè al testo scritto, data la diffusione di altri supporti e linguaggi non è più sufficiente. Se si vuole veramente che tutti possano fruire dei contenuti veicolati dai nuovi formati, è necessario non solo che i bibliotecari siano preparati (conoscano le tecnologie, i linguaggi, le strutture) ma anche che biblioteche e sistemi bibliotecari (data l’inutilità di confini e limiti dinanzi alla smaterializzazione dei contenuti) lavorino insieme a progetti digitali che raggiungano tutti. E se è vero che le nuove tecnologie (pensiamo a quella RFID) consentono un abbattimento delle operazioni ripetitive e manuali, liberando risorse è anche necessario che queste siano impiegate in modo innovativo. Si devono abbandonare le postazioni dietro le quali tradizionalmente si attende la comparsa dell’utente per dedicarsi all’individuazione di settori di nicchia e alla creazione di servizi su misura per organizzazioni e individui. La biblioteca deve incontrare in modo proattivo la propria comunità, i bisogni individuali e sociali e necessita di nuove figure professionali, capaci di gestire progetti sviluppati in cooperazione con partner diversi, con conoscenze altre rispetto a quelle tradizionali.
Come saranno le biblioteche nel prossimo futuro secondo Ken Roberts?
E’ ragionevole ipotizzare che nelle biblioteche ci saranno molti meno libri e più spazi per attività di gruppo o per riunioni, con zone wifi più estese, posti a sedere maggiormente differenziati per uso, spazi silenziosi e altri rumorosi e saranno visitate molto di più da ragazzi e giovani adulti che vi troveranno personale e strumenti aggiornati. La maggior parte dei servizi legati alla “distribuzione” dei libri saranno automatizzati (vending machines) con spot dedicati, presenti in diverse zone delle città, tramite i quali sarà possibile conoscere e accedere anche ad altri servizi erogati dalle biblioteche. I servizi saranno disponibili in zone ad alta frequenza come stazioni ed aeroporti anche per non residenti grazie a “tessere ricaricabili”. Essi inoltre saranno in costante trasformazione per stare al passo coi bisogni e le tecnologie, la “cultura aziendale” sarà improntata sulla sperimentazione tramite progetti pilota. Le biblioteche potranno disporre di strumenti di misurazione sofisticati che consentiranno di prendere decisioni in base all’uso e alla soddisfazione degli utenti. Si comprenderà che la biblioteca è un marchio la cui forza o debolezza impatta sulla fiducia generale in ciò che il marchio rappresenta. Di qui la necessità delle reti bibliotecarie di garantire standard di servizio e di essere molto convincenti.
Le opportunità e le previsioni per il futuro delle biblioteche illustrate da Ken Roberts sono convincenti anche se si discostano di molto dalla realtà attuale, è necessario quindi che le biblioteche diano il via quanto prima alla loro trasformazione.
Chi cerca, acquista, legge ebook ed è cliente di “ecosistemi di lettura” quali Barnes&Noble-Nook e Amazon-Kindle è un “sorvegliato speciale”, ne avevo parlato qui.
La tabella recentemente pubblicata dalla Electronic Frontier Foundation fornisce informazioni interessanti, raccolte esaminando le policies di Google Books, Amazon Kindle, Barnes & Noble Nook, Kobo, Sony, Overdrive, Indiebound, Internet Archive, e Adobe Content Server in risposta alle seguenti domande:
Consiglio di leggerla, raccoglie informazioni utili che spesso i nostri utenti ignorano e che hanno diritto di conoscere. Il sistema DRM Adobe (che si serve dell’Adobe Content Server) utilizzato per il digital lending nelle 2500 biblioteche italiane che utilizzano la piattaforma MLOL è l’unico a garantire la privacy.