Rebloggo questa riflessione di Andrea sulla decadente situazione del “social reading”, in Italia e...
Gadget party [cartoon] http://bit.ly/13BZYCR
Digital Library by Óscar T. Pérez
I’ve heard the lament in more than one library discussion over the years. “People aren’t...
AL Live: il presente e il futuro degli ebook
Il video è la registrazione della puntata del 18 aprile scorso di AL Live durante la quale Sue Polanka, bibliotecaria americana esperta di ebook e blogger, Jamie la Rue (Douglas County Libraries) e Scott Wasinger (Ebsco Publishing) si sono confrontati sul presente e il futuro degli ebook. Un’interessante conversazione a tre su elementi fondamentali relativi al prestito degli ebook nelle biblioteche.
Un’importante notizia recente riguardante gli ebook è quella relativa alla decisione di Simon & Schuster (l’ultimo dei Big 6, ora Big 5 dopo la fusione di Random House e Penguin, a non consentire il prestito dei propri ebook nelle biblioteche) di avviare una sperimentazione di digital lending con le biblioteche pubbliche di New York. Un passo in avanti, rispetto alla chiusura precedente, e nella giusta direzione anche se, secondo Wasinger, resta ancora molto da fare ed è necessario insistere per ottenere di più e sperimentare nuovi e diversi modelli di business (il modello prevalente è one book/one user). La Rue ricorda che restano aperti i problemi relativi al possesso della copia digitale, dell’integrazione e della difficile gestione di modelli e licenze a volte conflittuali, della mancanza di sconti. L’assenza dei titoli dei maggiori editori dalle biblioteche si sta comunque rivelando una scelta controproducente dato che nel frattempo hanno guadagnato visibilità e interesse quegli editori minori che sin da subito hanno collaborato con le biblioteche.
Altra questione d’attualità è quella del pricing, secondo una recente indagine il prezzo ideale degli ebook dovrebbe oscillare tra i 4 e gli 8 dollari, una soglia che potrebbe non essere considerata sostenibile dagli editori e che potrebbe introdurre interessanti cambiamenti. Wasinger non crede che il “prezzo ideale” possa essere applicato a qualsiasi prodotto editoriale ma è certo che la tendenza del mercato sia verso la normalizzazione e un complessivo abbassamento dei prezzi. Secondo La Rue i prezzi degli ebook dei Big 6 sono troppo alti per le biblioteche, mentre quelli degli editori indipendenti, con cui le DCL stanno collaborando, sono molto vicini a quello indicato come ideale. E’ convinto inoltre che la sostenibilità per gli editori, e di conseguenza la loro sopravvivenza sul mercato, non debba essere una preoccupazione delle biblioteche il cui compito è quello di connettere autore e lettore e fa anche notare che (come ci insegna il settore musicale) la scomparsa di un editore non significa necessariamente la scomparsa di contenuti, mentre è vero che si è registrato un calo delle vendite proprio per quegli editori che hanno scelto di restar fuori dalle biblioteche (e che non ne sono quindi responsabili).
Tema che riguarda il presente e il prossimo futuro degli ebook è quello dei formati e in particolar modo dell’epub3 la cui adozione sembra però incontrare ostacoli. Secondo La Rue l’introduzione dell’epub3 con le sue potenzialità potrebbe rappresentare una nuova ondata di cambiamenti tecnologici nell’editoria, al punto da trasformare la definizione stessa dell’ebook che sarà qualcosa di completamente diverso rispetto ad oggi. É inoltre probabile che l’avvento dei nuovi ebook (data la possibilità offerta dall’epub3 di una maggiore integrazione multimediale) porti con sé anche fenomeni negativi che potrebbero essere assimilati allo spam tipico delle email. Wasinger concorda sull’importanza dell’epub3 sia per gli aggregatori, gli editori, che per le biblioteche e gli utenti finali, soprattutto grazie alla sua maggiore accessibilità che consente sia layout verticali che da sinistra a destra (supportando quindi sia le lingue asiatiche che quelle mediorientali). L’epub3 inoltre presenta sia un migliore reflow che una maggiore interoperabilità e ha una infrastruttura che apre spazi a utilizzi sempre nuovi. É però importante assicurare il giusto livello di standardizzazione e ciò necessita della collaborazione di editori, biblioteche e aggregatori.
Altro argomento affrontato è quello del prestito degli ebook nelle biblioteche realizzato sia tramite le piattaforme di aggregatori quali Ebsco che in autonomia (local hosting) come avviene nelle Douglas County Libraries. Sia La Rue che Wasinger concordano che entrambe le soluzioni possano coesistere. Il direttore delle DCL vede nel local hosting la soluzione per rendere disponibili tutti quei contenuti al di fuori dell’editoria mainstream (editori indipendenti e self publishing) normalmente non offerti dagli aggregatori, per garantire una loro migliore integrazione (la gestione autonoma dei file consente ad esempio l’indicizzazione fulltext), per ottenere sconti migliori. Wasinger riconosce che alcuni contenuti soprattutto quelli tipici delle biblioteche pubbliche destinati alla lettura di svago (e per i quali il modello one book/one user è funzionale) possano trarre vantaggi da una gestione autonoma là dove si dispone di tecnologia e risorse umane. Gli aggregatori invece, oltre ad offrire un ambiente per l’acquisizione dei contenuti facile da utilizzare, grazie a strumenti di ricerca, filtri e preview, si occupano delle trattative con gli editori (che a loro volta evitano di confrontarsi con un numero infinito di biblioteche), offrono diversi modelli di business più idonei per la ricerca o il reference con un notevole risparmio di tempo e risorse umane. Il modello delle DCL, basato sul local hosting e sulle trattative dirette con gli editori, sviluppato nell’arco di due anni, ha dei costi molto elevati e richiede un team competente ma potrebbe essere riproducibile da consorzi o reti di biblioteche per ottenere economie di scala (anche se è necessario superare la ritrosia degli editori nel concedere in licenza le loro collezioni a livello consortile).
Il riferimento ai consorzi introduce un nuovo argomento. Sue Polanka chiede infatti se sia possibile ipotizzare la futura realizzazione dell’interprestito digitale (DILL). La Rue ammette che le resistenze degli editori (il cui scopo è moltiplicare le vendite) sono molto forti, anche gli editori che contattano le DCL per vendere i loro titoli impongono sempre come vincolo quello di non prestarli ad altre biblioteche. E se ancora le DCL non hanno trovato la soluzione tecnica per la gestione del DILL sono fermamente intenzionate a realizzarlo, certe di convincere gli editori che in un mercato editoriale in continua espansione le biblioteche possano contribuire attivamente ed efficacemente a dare visibilità ai titoli e quindi ad aumentarne richieste e vendite. Wasinger ritiene che in un futuro il DILL potrà essere realizzato è però vero che già ora il “short term loan” può offrire una soluzione alle biblioteche che non riescono ad acquistare tutti i titoli di catalogo ma vorrebbero ugualmente soddisfare le richieste degli utenti.
Sue Polanka sposta l’attenzione al marketing dei contenuti digitali chiedendo come li si possa rendere visibili e con quali strumenti, sia sul web che all’interno degli spazi fisici della biblioteca. Jamie La Rue è convinto che i migliori promotori dei contenuti siano i bibliotecari che leggono e conoscono le collezioni e sono ritenuti affidabili dagli utenti. Le biblioteche inoltre, avendo una diffusione capillare sul territorio, potrebbero diventare anche librerie (là dove non esistono) ed organizzare eventi in collaborazione con gli editori indipendenti per dare visibilità ai loro contenuti. Al momento alle DCL si sta lavorando ad un software che, servendosi della “reading history” degli utenti, elabora suggerimenti di lettura personalizzati inviati anche sui dispositivi mobili. All’interno delle biblioteche sono inoltre stati collocati, accanto alle vetrine delle novità, dei powerwall digitali touch per segnalare e rendere visibili le collezioni digitali. Se è vero che gli editori sono disposti a pagare le librerie per ospitare “chioschi” che mettano in mostra i loro titoli, sostiene La Rue, allora anche le biblioteche possano risultare appetibili e utili agli editori in cerca di visibilità (nelle DCL si registrano 2.000.000 di visite annue sia in loco che sul sito). Wasinger ritiene che la “discoverability” sia la parola chiave per le collezioni digitali e si deve perciò favorirla sia attraverso il catalogo, il sito web della biblioteca che i dispositivi mobili.
Al momento e in attesa che le ricerche full text rendano “inutili” i cataloghi (la discoverability suggerisce La Rue non sempre ha a che vedere con gli standard di catalogazione), è necessario trovare soluzioni tecnologiche per sfruttare al meglio i MARC records e i metadata (la cui qualità non è sempre garantita dagli editori) soprattutto, suggerisce Wasinger, in collezioni molto vaste o che variano nel tempo (abbonamenti) od ancora sviluppate su domanda dell’utente (PDA e DDA). Dato che il digitale ha di fatto eliminato il problema della revisione del patrimonio e dell’eliminazione dei titoli più vecchi, anche le biblioteche pubbliche potrebbero garantire l’accesso a tutta la produzione editoriale acquisita nel tempo, non solo a quella corrente, e La Rue ipotizza di guidare gli utenti alla scoperta della collezione tramite due diversi discovery layer che permettano ricerche accurate e garantiscano visibilità.
Il passaggio dall’analogico al digitale rappresenta anche un’occasione per le biblioteche di avere un ruolo attivo come editori. Jamie La Rue sostiene che la tecnologia di cui le sue biblioteche si sono dotate per il digital lending consente di agire anche come editori, supportando gli autori locali e/o di storia locale in tutto l’iter che va dalla creazione alla distribuzione di contenuti. É convinto che questa sia una delle sfide più importanti per le biblioteche (che si riprenderebbero il loro ruolo di selezionatori di contenuti di qualità) e che entro 25 anni in ogni biblioteca ci sarà un “ufficio editoriale”. Le biblioteche sono radicate nel territorio e possono raggiungere e lavorare con gli autori che vivono lì. Le DCL ad esempio stanno progettando una sorta di incubatore per gli autori. Vorrebbero offrire a chi desidera scrivere “buoni libri” il supporto di un gruppo formato da autori esperti, editor e designer che li guidi nel processo di realizzazione dell’opera. Una volta ultimata verrà promossa dalla biblioteca con la collaborazione della comunità di utenti che vorranno leggerla e recensirla. La visione è quella di una comunità che si trasforma, non più di consumatori ma di creatori di contenuti. Un processo di recensione per certi versi simile a quello dell’open access in ambito universitario. Gli aggregatori a loro volta potrebbero selezionare il meglio di tutte le produzioni locali e renderlo disponibile su vasta scala.
Una questione spinosa nell’ambito degli ebook e di cui si auspica una soluzione è quella del controllo del copyright da parte degli editori e delle restrizioni conseguenti. Ebsco dubita che tutti i contenuti in futuro saranno pubblicati con licenze open come molti desidererebbero, ma è convinto che ci siano segnali di apertura da parte degli editori, per lo meno verso DRM meno rigidi. La Rue è molto severo nel suo giudizio, afferma che il copyright abbia poco a che vedere con gli autori e la salvaguardia della protezione della proprietà intellettuale e sia invece una questione corporativa degli editori. E’ convinto che le biblioteche, che da sempre garantiscono il rispetto dei diritto d’autore, dovrebbero lavorare di più e direttamente con gli autori stessi per costruire nuove forme di tutela.
Il futuro degli ebook sarà quindi caratterizzato da un peso sempre maggiore del self publishing, dalla standardizzazione dei formati e da una forte integrazione (anche con l’universo dei contenuti mediati dalle biblioteche) dato che saranno più “intelligenti”, più ricchi di soluzioni multimediali e consentiranno maggiori connessioni con contenuti esterni. Il futuro degli ebook sembra essere sinonimo di sperimentazione, di ricerca di nuovi paradigmi, di nuove connessione tra i contenuti. Un futuro nel quale il ruolo delle biblioteche e delle loro comunità si giocherà non solo sulla fruizione e distribuzione ma soprattutto sulla creazione di contenuti. Per usare l’immagine di La Rue le biblioteche non saranno più gatekeeper ma gardener.
In occasione della National Library Week tenutasi dal 14 al 20 aprile, l’American Library Association ha pubblicato il suo report annuale che fotografa la situazione delle biblioteche americane e dal quale emerge il loro impegno nel rispondere alle sfide rappresentate dalla crisi economica e dal passaggio al digitale. Un report basato su dati raccolti a fine 2012, quindi per certi aspetti già datato, ma comunque interessante.
Nel corso del 2012 le biblioteche Americane hanno rappresentato un’ancora di salvezza per la popolazione colpita dalla recessione e dalla perdita del lavoro offrendo loro formazione, risorse online per trovare lavoro e sostegno all’auto-imprenditorialità. Sono il 75% le biblioteche che offrono software e altre risorse per aiutare gli utenti a compilare i loro cv o altra documentazione necessaria e i bibliotecari li aiutano a completare richieste di lavoro online. Servizi minacciati dai tagli governativi ma che possono contare sull’impegno delle biblioteche, rappresentate dall’ALA, nella ricerca ed esplorazione di nuove opportunità di finanziamento.
Altra sfida importante è quella della costante migrazione dei contenuti verso il digitale alla quale non sempre corrisponde la garanzia di un accesso democratico agli stessi.
Nel corso del 2012 gli ebook sono divenuti più popolari (come è risultato dall’indagine di Pew Internet): la percentuale di coloro che leggono ebook dai 16 anni in su è cresciuta dal 16 al 23% mentre è diminuita dal 72 al 67% quella di coloro che leggono libri cartacei. Aumento che coincide con quello dei possessori di device per la lettura. Ciò nonostante molti lettori non sanno ancora che le biblioteche prestano ebook e fra questi ben il 58% dei loro utenti.
Nonostante la mancanza di sostegno da parte degli editori che ostacolano il prestito digitale dei loro titoli, l’adozione di ebook nelle biblioteche è comunque in aumento: il 75% presta ebook, il 67% in più rispetto alla rilevazione precedente, servendosi non più solo da Overdrive ma anche da altri aggregatori come 3M Cloud Library, ebrary, Axis360 ed altri. Cresce anche il numero di biblioteche (2 su 5) che presta ereaders ai propri utenti.
Soprattutto il 2012 ha visto il grande impegno dell’associazione dei bibliotecari nel trovare margini di intesa con gli editori che potessero da un lato ampliare l’accesso agli ebook e dall’altro garantire modelli ritenuti sostenibili da entrambi. Recente è la decisione di Penguin (che dopo un’iniziale apertura verso il digital lending aveva limitato la disponibilità ai titoli di catalogo) di rimuovere l’embargo di sei mesi sui nuovi titoli, rendendoli quindi disponibili in coincidenza con la loro uscita sul mercato consumer. Altre condizioni non sono variate (ad es. la durata della disponibilità della copia per la biblioteca) ma è comunque un importante risultato dell’impegno dell’ALA ad esplorare insieme ai maggiori editori nuovi modelli di business.
Parallelamente le biblioteche hanno lavorato per trovare intese con gli editori minori, le piattaforme di selfpublishing e gli autori. Alcuni ad esempio hanno scelto le biblioteche per aumentare la loro visibilità presso i lettori/utenti, che ora possono acquistare gli ebook direttamente dalla piattaforma di digital lending della biblioteca nel caso quel titolo non sia immediatamente disponibile al prestito. Modello introdotto dalle Douglas County Libraries (sostenitrici del Fair Use) che hanno anche acquisito 10000 titoli dalla piattaforma di selfpublishing Smashwords.
Alcune biblioteche stanno pensando di seguire l’esempio di BiblioTech, la “biblioteca senza libri” che nascerà a fine 2013 nella contea di Bexar in Texas, concepita come un “information storehouse” dal quale gli utenti potranno scaricare ebook sui propri device o su quelli disponibili al prestito.
La risposta americana al digitale non si limita solo agli ebook. Ciò che risulta dal report è che gli Americani stanno utilizzando le biblioteche ancor più che in passato anche grazie anche al fatto che il 91% offre free Wi Fi e internet gratuito e rappresentano, nel 67% dei casi, l’unico accesso gratuito alla rete della comunità. Più del 90% delle biblioteche pubbliche offre assistenza tecnologica sia formale che informale.
Davanti ai continui cambiamenti in ambito tecnologico e all’importanza crescente dei social network le biblioteche americane quindi mantengono il loro ruolo di leader tecnologici, non in quanto early adopters ma come primi utilizzatori di tecnologie efficaci, capaci di rispondere ai bisogni del proprio pubblico. Un pubblico che però pur apprezzando il loro ruolo di “technology hubs” nelle comunità di riferimento continua ad essere legato ai servizi tradizionali. Solo il 20% degli intervistati ha detto che le biblioteche dovrebbero rimuovere scaffali e libri per far posto a tech centers, a sale di lettura e per riunioni ed a eventi culturali, il 39% che forse dovrebbero trasformarsi in tale direzione e ben il 36% che non dovrebbero farlo.
Lo scorso giugno, in occasione della conferenza annuale della State University of New York Librarians Association, Kristen Purcell di Pew Internet, tenne il discorso di apertura intitolato “Libraries 2020: Imagining the library of the (not too distant) future, nel quale, riferendo gli ultimi dati su dispositivi di lettura, mobiles e social networking (le slides qui) tracciò la possibile evoluzione delle biblioteche e del ruolo dei bibliotecari.
Una recente infografica di LibrarySciencelist ne ha evidenziato alcuni elementi interessanti. La diffusione di dispositivi mobili connessi a internet (possiede uno smartphone il 46% degli americani, il 67% dei giovani fra i 18 e i 24 e il 71% dai 25 ai 34 anni) consente ormai di avere il web, e quindi l’informazione, a portata di mano (o meglio di dita) e sfida le biblioteche, un tempo gateway dell’informazione, a rinnovarsi per continuare a svolgere il loro ruolo. L’82% delle persone si serve di internet, il 65% dei social network, il 51% dichiara di servirsi dello smartphone per ottenere informazioni al momento del bisogno e il 27% di aver avuto problemi nel fare qualcosa per il fatto di non aver avuto lo smartphone con sé. L’informazione è dunque portatile, partecipativa e personale. Il 91% degli utilizzatori di internet si serve dei motori di ricerca per trovare l’informazione di cui ha bisogno e il 73% ritiene che l’informazione ottenuta sia accurata e affidabile.
Con la diffusione di tablets e ereaders la carta stampata ha perso il suo primato e ciò ha portato non ad una diminuzione, ma ad un aumento della lettura da parte di chi li possiede. La scelta dei formati sta cambiando anche se è ancora fortemente legata alla situazione. L’81% degli adulti ad esempio preferisce leggere libri di carta ai bambini, mentre il 73% preferisce gli ebook in viaggio e durante gli spostamenti e l’83% seglie gli ebook per la loro velocità di acquisizione. La maggior parte dei lettori preferisce possedere i libri che legge (ad eccezione dei lettori di audiolibri) anzichè prenderli in prestito. Il 75% dei possessori di ereaders scegli i libri direttamente negli shop online e solo il 12% lo fa in biblioteca. La lettura è ancora molto importante ma la facilità di accesso dei servizi online fa sì che sempre meno persone si rivolgano alle biblioteche.
In questo contesto la principale funzione della biblioteca sarà quella di aiutare chi consuma informazione:
E i bibliotecari avranno nuovi ruoli:
Sembra dunque che la biblioteca in futuro si specializzerà nel localizzare e identificare informazione di alta qualità e i bibliotecari aiutaranno gli utenti (o meglio i consumatori di informazione) a trasformare l’informazione in azione.
La tecnologia e i cambiamenti sociali hanno cambiato il modo in cui le persone si servono dell’informazione e questo fa sì che il modello di reference tradizionale non funzioni più ed è necessario trovare nuovi modelli di servizio. Sia in ambito lavorativo che sociale sembra assumere sempre maggiore importanza il knowledge worker (e quindi l’accesso all’informazione) a cui si chiede di essere creativo, innovativo, capace di valutare e misurare. Ed in una società in cui nuove conoscenze, strumenti e metodi sostituiscono ad un ritmo accelerato quelli vecchi, è necessario che le persone sviluppino quelle competenze informative che consentono di utilizzare e condividere l’informazione. In ambito americano si riconosce nei bibliotecari la classe professionale che da sempre si occupa del bisogno, della ricerca, della gestione, dell’uso di informazione e di conoscenza e che i cambiamenti in atto offrano loro l’opportunità di intervenire e dare importanti contributi.
La strada da percorrere mi pare sia impervia (almeno per quanto riguarda casa nostra), sia perchè i bibliotecari vengono in genere percepiti solamente come i custodi dei libri, sia perchè spesso ci adattiamo (anche controvoglia) a richieste che vorrebbero trasformare le biblioteche in centri ricreativi, sia perchè la formazione continua, necessaria per rispondere ai nuovi consumatori di informazione, non può essere sostenuta unicamente dalla passione personale.
Friedman, che ha studiato la natura della competizione nell’economia globale e la migrazione del lavoro, nella sua opera “The World is Flat” sprona chiunque a diventare, in ambito lavorativo, intoccabile. Intoccabili sono le persone i cui lavori non possono essere esternalizzati, persone che sono specializzate, “ancorate” e estremamente adattabili. Essere specializzati per i bibliotecari non significa essere solo degli specialisti dell’informazione ma anche conoscere attentamente i settori specifici in cui l’informazione verrà utilizzata (e qui ad es le biblioteche pubbliche dovrebbero creare alleanze verticali con quelle universitarie, pubbliche anche se con diversa accezione, per offrire risposte competenti), essere ancorati significa comprendere i bisogni della propria comunità, individuare settori di nicchia e creare servizi su misura, incontrare in modo proattivo la propria comunità. Essere adattabili significa rinnovarsi di continuo e per far ciò le nostre biblioteche hanno bisogno di persone giovani, portatrici di nuove competenze, di nuove energie, di professionalità non tradizionali con cui lavorare in team per pensare, sperimentare, creare nuovi servizi.
Il 19 marzo si è tenuta l’edizione 2013 di IBT, talmente ricca di interventi e di stimoli che è veramente difficile riassumerla in un post, mi limiterò perciò a raccontare alcune delle cose che ho ascoltato e che hanno catturato la mia attenzione. Troverete le slides degli interventi qui
Le tre parole chiave di If Book Then sono state tecnologia, dati e contenuti.
La prima sessione, dedicata alla tecnologia è stata aperta da Javier Celaya, CEO di Dosdoce, che ha spiegato perchè per gli editori, in un contesto digitale dominato dal web, sia importante investire ed avere un controllo sulla tecnologia che veicola i contenuti. Gli editori (e le biblioteche aggiungo io) si trovano ad operare in un contesto in cui sono cambiate le modalità di scoperta di informazione, cultura e divertimento, il modo in cui vengono consumati i contenuti (con importanza crescente dei tablets), sono cambiate le loro modalità di produzione e di condivisione (dove l’accesso prevale sul possesso) e anche quelle di lettura (si è passati infatti da una lettura che richiedeva esclusivamente un attenzione visiva ad una “finger centric” che segna la fine dei contenuti statici), è cambiato, infine, il modo di pensare (i nostri cervelli attivano aree diverse).
L’editoria non può restare immune alle trasformazioni e dovrebbe fare della tecnologia la sua seconda pelle, dovrebbe passare da un modello di business basato sui contenitori di contenuti ad un’industria di servizi agli autori e ai lettori (raccomandazioni, trasferimento di note e commenti..) identificati e realizzati grazie ad alleanze con le startup. Quest’ultime sono innovatrici per loro natura, sanno realizzare prodotti e nuove idee in un contesto caratterizzato dall’incertezza e possono essere di grande supporto agli editori tradizionali, mentre affidarsi alle tecnologie dei “big players” non consente il controllo dei dati e costringe a muoversi alla cieca. L’invito agli editori è dunque quello di non limitarsi ad essere utenti passivi della tecnologia sviluppata da altri ma di diventarne creatori lavorando (così come ha fatto il NY Times) con le startup. Il compito di rappresentare la loro natura innovativa e la qualità dei loro servizi è stato affidato ad Atavist (piattaforma sofisticata di contenuti nativi digitali che ha tra i suoi clienti TED, The WSJ, Pearsons..), Booktype (piattaforma open source per autori e editori di Sourcefabric), Mobnotate (una piattaforma per costruire percorsi di lettura personalizzati all’interno di un testo, capace di trasformare, attraverso link traversali, un libro in uno spazio di scoperta di molti altri) ed infine Skoobe e Valobox che nella loro presentazione hanno chiamato in causa, sia direttamente che indirettamente, le biblioteche.
Valobox è una startup inglese che offre libri digitali “webfriendly” e si basa sul modello “pay-as-you-go”: non richiede di acquistare l’intero libro se interessano solo alcuni capitoli, né di fare il download di file che necessitano di software ad hoc, non prevede lunghe procedure ogni qualvolta si decida di procedere all’acquisto, consente invece di effettuare una ricerca all’interno del testo completo, individuarne le parti di interesse e pagare solo per quelle che sono state lette. Soprattutto Valobox integra gli ebook con il resto del web catturando come clienti coloro che non stanno cercando libri ma informazioni e fa in modo che i contenuti dei libri solitamente blindati siano facilmente ricercabili, inoltre le operazioni di ricerca, scoperta e acquisto avvengano nello stesso ambiente. Lo scopo del servizio è quello di connettere le persone con le informazioni di cui hanno bisogno, di aiutarle ad individuare tra i tanti libri su un dato argomento quello che risponde al loro bisogno informativo. Una dichiarazione che sembra ricalcare i “mission statements” di molte biblioteche e che deve far riflettere noi bibliotecari nel momento in cui, volendo dimostrare il valore aggiunto dei nostri servizi, ci dobbiamo confrontare con servizi e algoritmi che sembrano sostituirci brillantemente.
Skoobe è un startup tedesca, una mobile library, che offre un servizio di ebook in abbonamento (€9.90 al mese con rinnovo automatico) per tablet e smartphone (una sorta di Spotify dell’ebook, il loro logo ne sembra un richiamo esplicito) che consente ai propri clienti di leggere quanti titoli vogliono e si rivolge a chi non sente il bisogno di possedere ciò che legge, creata con il supporto di due grandi editori quali Random House e Holtzbrinck. Una sorta di biblioteca privata che, con mia grande sorpresa, propone il suo modello di business agli editori promettendo guadagni in crescita costante e dimostrando di essere un partner più appetibile rispetto alle biblioteche tradizionali.

Nella slide la linea orizzontale rappresenta i guadagni che provengono dalle vendite alle biblioteche, quella obliqua quelli con il modello Sbooke. Il grafico non mi pare corretto, la linea orizzontale riproduce quanto avviene per il mercato cartaceo (molti prestiti con un’unica vendita) e non nel mercato digitale in cui le biblioteche non acquistano solo il titolo ma anche i download, ma a parte questi dati “non confrontabili” mi lascia perplessa l’idea che gli editori possano pensare alle biblioteche come concorrenti quando il vero problema sta altrove, in un mercato controllato dai “big players” che fanno il bello e il cattivo tempo in termini di pricing e di controllo dei dati. Mi piacerebbe invece che le biblioteche fossero considerate possibili alleati e non solo clienti più o meno redditizi e forse una collaborazione, come già auspicato nell’edizione estiva dell’evento, potrebbe partire proprio da una condivisione dei dati (pur con tutte le dovute cautele in termini di privacy e di limiti etici), quei Big Data a cui è stata dedicata la sessione centrale di IBT e di cui ci parla Virginia Gentilini.
La parte finale dell’evento si è occupata di contenuti. Kassia Krozser di Booksquare ha raccontato il punto di vista del lettore, mentre Hannes Eder ha illustrato il modello di digital lending svedese nato dalla collaborazione fra editori e biblioteche.
Con “What do readers want? A not-simple question” Kassia Krozser ha raccontato la sua esperienza di grande lettrice passata con soddisfazione dal cartaceo al digitale (tranne per le riviste che nella versione digitale ancora non la soddisfano) ed ha invitato gli editori a fare autocritica sollevando il problema del “lettore platonico”. Quella figura di lettore molto cara agli editori (e anche ad alcuni bibliotecari) ma che è molto lontana dal lettore reale, o meglio dai lettori reali portatori ognuno di un’esigenza diversa: il lettore del tempo libero, il giovane lettore, il lettore di audiolibri, quello con difficoltà visive… Compito degli editori è quello di individuare le diverse caratteristiche ed esigenze e di rispondere con una produzione adeguata, offrire contenuti (ed anche metadati che devono essere buoni anche per il lettore) utili a risolvere un problema o a soddisfare un bisogno, oltre a privilegiare il contesto rispetto al contenitore che deve essere funzionale (pensiamo ai testi il cui valore sta nell’aggiornamento continuo) e dare importanza alla qualità che, per il lettore, conta più del prezzo, mentre spesso non caratterizza i libri digitali.
La sessione dei contenuti è stata chiusa da Hannes Eder, Ceo di Publit, una publishing platform svedese che collabora con le biblioteche locali e che propone un suo modello di digital lending. Secondo Hannes Eder lo scontro fra editori (che temono la cannibalizzazione da parte dei servizi di digital lending bibliotecari e introducono elementi di attrito) e biblioteche (che contestano i modelli di business del mercato digitale basato sulle licenze) dipende dal fatto che entrambi trattano gli ebook come se fossero oggetti, allo stesso modo dei libri di carta. E così da un lato le biblioteche rifiutano i costi aggiuntivi (per download) al prezzo del libro perchè non esistono per il cartaceo, dall’altro gli editori impongono il modello one book/one user che prevede l’acquisto di licenze aggiuntive per prestare lo stesso titolo a più utenti contemporaneamente e introducono anche un numero massimo di prestiti a simulare l’usura dell’analogico. Il tutto si risolverebbe se si smettesse di considerare gli ebook merci da distribuire sul mercato e li si vedesse come servizi che sono oggetto di licenza che va negoziata dalle due parti. Il modello svedese prevede che le biblioteche possano accedere all’intero catalogo editoriale senza il pagamento di alcun fee aggiuntivo, non impone un limite al numero di accessi concorrenti e si basa su un costo per ogni transazione oltra ad un fee ogni volta che un titolo viene reso disponibile ad un utente. Modello che ha già ottenuto un grande risultato dato che nel 2012 il sistema bibliotecario svedese ha prestato un numero di ebook sei volte maggiore di quelli movimentati dai distributori commerciali. La Publit, rispetto al modello tradizionale del mercato editoriale svedese, è riuscita inoltre a ridurre il fee di distribuzione da 50% al 20%, ha proposto un pricing dinamico (è l’editore che stabilisce il costo per circolazione), ha creato strumenti che permettono di filtrare i titoli del catalogo e sviluppato una piattaforma di pubblicazione che può essere utilizzata anche dalle biblioteche che diventano partners degli editori. Esse infatti stanno contribuendo alla digitalizzazione di opere di catalogo e in cambio ottengono interessanti condizioni per il digital lending dei titoli di quegli editori: i titoli front list (che solitamente subiscono un embargo) sono disponibili immediatamente con un prezzo freemium, i titoli di back e mid list hanno prezzi inferiori, i testi digitalizzati dalle biblioteche sono disponibili per undici anni ad un costo d’abbonamento fisso.
Un modello a mio parere che ha tutte le carte in regola per affermarsi in quanto serve gli interessi di entrambe le parti coinvolte scardinando il modello cartaceo tradizionale e riconoscendo l’appartenenza di biblioteche ed editori allo stesso ecosistema.
La prossima settimana, il 19 marzo, si terrà a Milano la nuova edizione di If Book Then, la conferenza sul futuro dell’editoria organizzata da bookrepublic
Lo scorso giugno ho partecipato alla sessione estiva della manifestazione dedicata all’editoria accademica, scientifica e professionale, il cui obiettivo era quello di comprendere come la tecnologia possa influenzare l’accesso, la catalogazione, l’archiviazione e la distribuzione di contenuti digitali accademici. In particolare la riflessione si è focalizzata sul ruolo della rete nel cambiamento in atto, sulle trasformazioni e opportunità indotte dalle nuove tecnologie e sulle nuove modalità con cui gli autori produrranno e distribuiranno i loro contenuti.
Condivido di seguito alcuni degli appunti presi in quell’occasione, quello che ho colto e che mi è sembrato interessante. Tutti gli interventi invece li trovate qui.
La conferenza è stata aperta da Peter Brantley di Internet Archive (ricordo che Brantley risponderà a 10 domande sul prestito degli ebook il prossimo 18 marzo qui ) che ci ha parlato sia dei nuovi editori digitali (Apple, Amazon, Google e Microsoft) e del loro impatto nel campo dell’editoria che delle innovazioni editoriali nel campo delle riviste scientifiche come PLoS Currents e PeerJ .
Al suo intervento sono seguiti, tra gli altri, quelli di Paola Dubini dell’Università Bocconi, di Baldur Bjarnason, di Javier Celaya di DosDoce e di Nellie McKesson di O’Reilly Media. Tutti hanno evidenziato il fatto che l’editoria sta vivendo un forte momento di cambiamento e che il passaggio alla rete implica per le imprese una spinta innovativa costante.
Bjarnason ci ha raccontato, in uno stle originale, come nel passaggio al digitale le fasi di ideazione, realizzazione e authoring, un tempo distribuite secondo uno schema lineare, si mescolino e si sovrappongano e come i formati, cosi come le specifiche tecniche, siano in continua evoluzione. Ha inoltre previsto che nella nuova editoria l’attenzione si sposterà sempre di più dalle riviste e dai libri agli strumenti e ai servizi offerti dalle piattaforme che permetteranno sia ai singoli che alle organizzazioni di pubblicare per proprio conto.
Prospettiva questa annunciata anche da Brantley insieme alla conseguente diminuzione del valore percepito degli editori accademici: servizi come PLoS Currents che consente la realizzazione e pubblicazione di riviste con risultati altamente professionali o di valutazione come altmetrics o anche come goodreads trasformano i concetti di editing, curatela e recensione. Cosa comporta tutto ciò secondo Brantley? Che lo sguardo verrà distolto dalle costose e complicate infrastrutture tecnologiche e distributive attuali consentendo una disintossicazione dell’editoria accademica da pesi economici inutili.
Affermazione che ha trovato in disaccordo Paola Dubini convinta che gli editori continueranno ad avere un grande valore (e grandi interessi economici), ma modificheranno l’oggetto del loro business dato che probabilmente per i consumatori assumeranno maggior valore piattaforme, come PeerJ e PLoS (impegnate a soddisfare le esigenze specifiche di produzione in settori specialistici come l’editoria accademica).
Mi sembra di poter affermare che tutti i rappresentanti dell’editoria presenti al convegno abbiano accettato sia l’idea di una diminuzione del valore percepito dei marchi editoriali che quella della necessaria ridistribuzione del lavoro editoriale. Rispetto ai contenuti sono invece emerse alcune interessanti previsioni come la frammentazione dei prodotti, l’offerta di unità granulari d’informazioni che i lettori potranno remixare secondo le proprie specifiche esigenze, il miglioramento della “discoverability” dei testi (per far fronte al sovraffollamento informativo), l’introduzione di strumenti d’interazione, condivisione e collaborazione oltre a materiali aggiuntivi per facilitare sia la ricerca, che l’insegnamento e l’apprendimento.
Nella sua breve ma efficace presentazione Nellie McKesson ha evidenziato i compromessi impliciti nei potenti servizi e ambienti di authoring, come iBook Author, servizi affascinanti per i prodotti che consentono di realizzare, ma proprietari in quanto vincolano la distribuzione ad una specifica piattaforma. Mentre esistono prodotti interessanti come Inkling con grandi potenzialità nel campo dell’authoring sia per la fascia collaborativa che per progetti ad alto contenuto tecnologico come guide turistiche e libri di testo. Il suo intervento ci ha permesso di cogliere anche un altro cambiamento in ambito editoriale e cioè l’erosione del confine tra l’editoria STM (Scientific, Technical & Medical) e trade e come le fasi di lavoro che le caratterizzano siano sempre più simili.
Una similarità, ha sottolineato Marco Ferrario di BookRepublic, organizzatore del convegno, che in realtà era già emersa in precedenza grazie all’adozione di soluzioni tecnologiche importanti a supporto dell’interazione e delle visualizzazioni di dati complessi. Adozione che aveva comportato investimenti corposi attualmente minacciati dal matrimonio tra edizione e web. Quando infatti un autore può utilizzare Pressbooks, Aerbook Maker, iBook Author e Vook, o collaborare in una piattaforma come Inkling, molti dei progressi più significativi nel flusso di lavoro dell’editoria STM e di gestione dei contenuti sembrano essere drasticamente ridotti in valore. Si fa avanti inoltre un modello editoriale che consente di eliminare razionalmente tutti gli elementi che hanno poco a che fare con il processo di pubblicazione. La similarità dei due mercati suggerisce l’ipotesi di occasioni di confronto fra i diversi settori editoriali che potrebbero rivelarsi proficue nella fase di sviluppo di nuovi modelli. Entrambi i settori infatti presentano la necessità di conoscere meglio il proprio pubblico, le sue abitudini e bisogni ed è fondamentale la collaborazione di tutti gli elementi dell’ecosistema: autori, editori e lettori, ma anche docenti, ricercatori, università e biblioteche, tutti attori centrali nel processo di generazione del valore. È altrettanto importante (secondo gli editori presenti) riconoscere che il vantaggio competitivo può venire da un accesso efficace ai dati, dalla loro analisi e gestione, consentendo di analizzare i comportamenti dei “clienti”, migliorandone la soddisfazione, favorendo la creazione di servizi ad hoc e la messa in atto di strategie di pricing dinamico.
Le collaborazioni con le biblioteche non sono state oggetto di approfondimento dell’edizione estiva di If Book Then anche se è stato riconosciuto che esse dovrebbero essere considerate non solo clienti ma partner con cui gli editori potrebbero lavorare per una ottenere una maggiore visibilità dei propri prodotti, per conoscere le modalità di fruizione dei testi da parte dell’utenza ed infine per contribuire a garantire l’accesso e la tutela della cultura.
Il programma della nuova edizione di IF BOOK THEN e i relatori che parteciparanno sembrano molto interessanti, non vedo l’ora di parteciparvi.
Rollerball (1975)
Sta rimbalzando da alcune settimane, dalla rete alla stampa tradizionale, la notizia della prossima apertura della prima biblioteca pubblica completamente senza libri a San Antonio nella contea di Bexar in Texas (il post più completo in italiano a mio avviso è questo). La nuova biblioteca, che promette di avere l’appeal degli Apple Stores, sarà dotata e/o composta di 100 ereaders disponibili al prestito, 50 ereaders precaricati per bambini, 50 postazioni, 25 laptop e 25 tablet da utilizzare in sede oltre ad altri device appositamente configurati per persone con disabilità visive. La biblioteca rappresenta una novità non solo per la sua impostazione ultra tecnologica ma anche perchè andrebbe a servire un’area sprovvista di biblioteca, con l’intento di raggiungere anche le persone che vivono in zone isolate. Lo stanziamento per l’acquisto delle collezioni digitali è di 250.000 dollari (per circa 10000 ebook).
In realtà le biblioteche senza libri sono state realizzate sia nel mondo accademico già dal 2010 (Stanford e Utsa) che nell’ambito delle biblioteche scolastiche (come la St. Louis Park in Minnesota dove libri e scaffali sono stati rimossi per far posto a spazi collaborativi) e di quelle pubbliche. Nel 2002 infatti presso la Santa Rosa branch library a Tucson in Arizona si è cercato di colmare il divario digitale dei residenti offrendo una biblioteca esclusivamente digitale. Il modello sembra funzionare nel mondo accademico, ma non succede lo stesso per la biblioteca scolastica appena citata, i cui utenti sono costretti a servirsi delle biblioteche pubbliche locali per prendere in prestito libri non più disponibili presso la propria, e nemmeno per la biblioteca in Arizona i cui utenti frustrati dalla tecnologia hanno chiesto che fossero acquistati anche libri cartacei.
In un’intervista rilasciata a NPR, Sarah Houghton, direttrice della San Rafael Public Library in California e nota blogger tech-savy, ha definito l’iniziativa prematura per tre ragioni: perchè non tutti amano leggere in digitale, non tutti sono tecnologicamente alfabetizzati e il supporto di cui hanno bisogno richiede un’operazione formativa impegnativa e costosa e perchè, infine, la maggior parte dei contenuti presenti nelle biblioteche tradizionali non sono disponibili in digitale. Oltre a questa scarsità tra l’altro si potrebbe aggiungere quella dei devices in quanto non è detto che la biblioteca di San Antonio, benchè apparentemente ben fornita, riuscirà a rispondere alla domanda degli utenti nei momenti di massimo utilizzo. Restando in ambito statunitense, ho trovato interessanti (dato che rappresentano il punto di vista di un utente esperto di digitale) le domande poste da Amanda Nelson nel suo blog.
Che ruolo hanno i bibliotecari in questo progetto visto che non vengono mai citati? Quali titoli saranno disponibili, i pochi best sellers e/o i titoli di pubblico dominio? Sono sufficienti dei computer per superare l’analfabetismo in genere? Sono giustificati i costi dell’operazione per quell’area visto che la popolazione residente si era limitata a chiedere una libreria (non un hub per scaricare ebook)? Non valeva forse la pena di rinforzare l’esistente sistema bibliotecario pur offrendo ebook e risorse digitali a quella fascia di popolazione che al momento ne fa richiesta?
Le reazioni in ambito italiano invece mi pare non riescano ad uscire dal solito schema contenitore vs contenuto, lo stesso che faceva dubitare che un ebook potesse essere definito libro a tutti gli effetti, ma applicato alla biblioteca nel suo insieme per cui viene da chiedersi cosa sia o si intenda per biblioteca.
“This is not a library” afferma il protagonista di Rollerball nel video qui sopra. Ma cos’è allora una biblioteca? Se la si definisce solo in base alla presenza di apparecchiature elettroniche e connessioni molte delle nostre case ed uffici potrebbero essere definite biblioteche. Ma non possiamo nemmeno definire biblioteca un insieme di scaffali pieni di libri la cui ragione di esistere a quanto pare è confinata a “Quel profumo (e rumore) di carta..” troppo spesso evocato. Cosa fa dunque di una biblioteca una biblioteca? Il contenuto della raccolta? Lo scopo che giustifica la sua esistenza? La sua missione e la sua realizzazione?
“This is not a library and you are really not a librarian” aggiuge il nostro protagonista alla fanciulla che sta alla “reception” e infatti si tratta di una receptionist, mentre Jonathan E avrebbe bisogno del supporto di un bibliotecario per trovare le informazioni necessarie a realizzare la sua missione (informazioni, elemento non trascurabile, non più accessibili perchè controllate).
La domanda da porsi è dunque quale funzione abbiano le biblioteche ma soprattutto quale ruolo abbiano i bibliotecari in un contesto in continua evoluzione e governato dalla tecnologia, in una società in cui l’accesso all’informazione ubiqua e mediata dalla tecnologia è fondamentale per lo sviluppo dei singoli e della collettività. C’è da chiedersi se, forti delle competenze informative che sono elemento fondamentale della professione rafforzate da altre sempre nuove, i bibliotecari potranno fungere da strumento di cambiamento. Solo che per riaffermare la nostra professione come quella di esperti nella ricerca competente di informazioni è necessario impegnarsi in un processo faticoso di formazione continua e per far ciò è importante l’apprendimento, essere capaci di apprendere in autonomia, leggere molto ma in maniera selettiva, sperimentare all’infinito oltre ad avere una sensibilità particolare sia per le potenzialità che le insidie della tecnologia, il tutto sostenuto da una forte motivazione. E soprattutto servirebbe una cultura istituzionale dove apprendimento e sperimentazione siano incoraggiate.