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Nuvem de Livros è un servizio di ebook in streaming nato due anni fa in Brasile (ed ora esportato anche in Argentina grazie ad un accordo con Telecom Vivo e prossimamente anche in altri paesi dell’America Latina) che ha raggiunto in poco tempo un milione di utenti, tantissimi se si pensa che 24symbols, l’omologo spagnolo, pur disponendo di più  titoli (15000 circa) ha raggiunto solo 175000 utenti.

Nonostante il governo brasiliano abbia ratificato una legge che prevede la creazione di biblioteche in tutti gli istituti scolastici sia pubblici che privati, l’attuale situazione è talmente infelice che non sembra realistico raggiungere l’obiettivo fissato per il 2020. Le scuole brasiliane però dispongono  di internet (ben il 94% ), da qui l’idea dei fondatori di Nuvem di garantire l’accesso ai libri in formato digitale a tutti gli studenti, tramite una piattaforma di streaming  che è anche un ambiente dedicato all’apprendimento.  La quota mensile per gli studenti è l’equivalente di € 0,62, per tutti gli altri  di € 2,50. Gli iscritti possono accedere ad un catalogo di 10000 titoli sia tramite browser che grazie ad app per iPhone, iPad e Android (che consentono la ricerca di termini all’interno dei testi e l’inserimento di segnalibri), hanno a disposizione romanzi e racconti, biografie, saggi, enciclopedie e dizionari ed anche mappe interattive oltre a video educativi, audiolibri e interviste di autori. Nello staff di Nuvem de Livros ci sono docenti, pedagoghi, bibliotecari e curatori di contenuti (cosi si legge nell’articolo di Terra).

Nuvem de Livros ci ricorda come il digital lending sia una modalità di accesso ai contenuti in cui le biblioteche si trovano “apparentemente” in competizione con servizi commerciali, la cui offerta è percepita dal pubblico come conveniente e interessante pur non essendo gratuita. Ma ci suggerisce anche che ciò che può fare la differenza è la “personalizzazione” del servizio ottenuta grazie al contributo di professionisti e che l’accesso ai contenuti sembra essere molto più importante del loro possesso e della fisicità del supporto.

Ho scritto apparentemente perché se veramente pensassimo che la nostra essenza e ragione di esistere (come biblioteche ma ancor più come bibliotecari) sia legata alle collezioni di libri che gestiamo e accumuliamo avremmo vita breve, visti i cambiamenti in atto. Mi pare importante che in questa fase si esca da un conservatorismo professionale che ci  tiene legati a ciò che stiamo facendo e abbiamo fatto finora e che ci fa dimenticare perché lo facciamo. Se pensiamo a modalità di sviluppo delle collezioni digitali come  la “patron driven acquisition” o modelli come il “pay per view”  comprendiamo che collezionare risorse richiederà  competenze professionali che hanno poco a che vedere  con i contenuti e molto più con abilità di negoziazione o di analisi dei costi.  Mentre in un contesto dove l’informazione è ovunque e abbondante è fondamentale (come sostiene Lankes in The Atlas of New Librarianship) creare “connessioni”,  servizi che consentano alle persone di imparare e di creare, di vivere vite dignitose, non solo di sopravvivere.   Appaiono quindi essenziali tutte quelle abilità professionali  che supportino  i cittadini nello sviluppo personale di conoscenza tramite l’accesso a contenuti di qualsiasi provenienza, posseduti o meno dalle biblioteche, in qualsiasi formato.  Le collezioni delle biblioteche sono preziosissime e dobbiamo mantenerle, tutelarle, renderle sempre più accessibili e altrettanto prezioso  è il patto sociale che ne giustifica l’esistenza, cosi come è fondamentale la partecipazione attiva delle biblioteche nella fase di transizione dal’analogico al digitale a tutela dell’accesso democratico al sapere. In un mondo interconnesso però il collezionare in sé non ha più molto senso, mentre contano le connessioni.

aubreymcfato:

[QBnE] Rilanciare SBN, un occasione da non perdere #nuovosbn

Siamo bibliotecari e information workers, lavoratori dell’informazione.

Riteniamo che la conferenza che si svolgerà a Roma il 20 giugno 2013, “Rilanciamo il Servizio bibliotecario nazionale” sia una buona occasione per ragionare e discutere.
Ringraziamo…

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L’apparizione del digitale nella galassia Gutenberg con la conseguente smaterializzazione dei contenitori e una sempre maggiore volatilità dei contenuti e l’affermazione di nuove pratiche di lettura e di ricerca dell’informazione legate alla rete, autonome e in mobilità, hanno messo in forte dubbio le possibilità di sopravvivenza delle biblioteche. Ce lo stiamo ripetendo da molto, ma le parole pronunciate con maggiore frequenza a sostegno della loro sopravvivenza sono “ le biblioteche non sono solo libri, sono anche molto altro”. Un altro che, però, non mi convince perché, seppur declinato in diverse forme, sembra essere legato o sostenuto da un generico bisogno di prossimità e di incontro delle persone.

Se volessimo semplificare potremmo dire che al momento sono tre le forme verso cui sembrano evolversi le biblioteche:

le biblioteche senza libri (ce ne sono esempi in ambito universitario e la più famosa è la Bibliotech che aprirà in Texas) che offrono risorse digitali e postazioni di accesso a fondi digitalizzati;

le biblioteche concepite come “luoghi terzi” (a proposito consiglio la lettura del dossier “Les bibliothèques troisième lieu” di Mathilde Servet della Bibliothèque nationale de France) e quindi al pari di cinema, bar e piazze sono viste come spazi pubblici di scambi sociali e culturali (di cui sono un ottimo esempio gli Idea Stores londinesi o l’Oba di Amsterdam);

le biblioteche “inclusive”, che si preoccupano dell’inclusione e della coesione sociale, si rivolgono alle fasce deboli della popolazione, assicurano l’accessibilità dei contenuti e degli spazi, forniscono informazioni pratiche, contenuti adatti alla popolazione anziana, di nazionalità diverse, sostengono la formazione professionale e si impegnano nel superamento del digital divide.

Se la prima e la terza sono concezioni, a mio parere, complementari (la biblioteca digitale è uno strumento di un ecosistema complesso legato al territorio) la seconda può portare a pericolose derive o eccessive semplificazioni. I luoghi terzi sono spazi la cui indeterminatezza (diversamente dagli spazi privati e lavorativi) consente di tessere nuove appartenenze ma si applica a forme anonime, aperte all’interpretazione di chi le frequenta. Le biblioteche pur essendo spazi aperti alla mescolanza sociale e quindi “luoghi terzi” hanno un’ambizione ben precisa che non si può accontentare di divani accoglienti, mobili di design e ammiccamenti a gallerie d’arte, palestre ed enoteche. La loro funzione (che ovviamente può essere favorita dalla bellezza degli spazi) è quella di facilitare l’accesso alla conoscenza. Una funzione conoscitiva (è un po’ azzardato ma oserei anche dire cognitiva) che ne giustifica l’esistenza ma che nella società della conoscenza, fatta di reti complesse e in continua trasformazione non può più essere realizzata in maniera lineare come è avvenuto fino ad oggi.

Forse dovremmo iniziare a immaginare le nostre biblioteche come piattaforme, strutture complesse e multidimensionali, il cui ruolo di mediazione si riplasmerà sulla mescolanza di reale e digitale e si realizzerà grazie a nuove competenze e alleanze.

Forse dovremmo pensare agli utenti non come semplici “utilizzatori” (fruitori passivi) di contenuti e servizi ma come persone che “cercano” e che hanno bisogno di strumenti e di guide per creare nuovi contenuti.

Quel che è certo è che la situazione attuale non ci aiuta ad immaginarci o ad inventarci un futuro (professionale e del servizio) anzi è molto difficile non lasciarsi sopraffare dalla negatività e dalla miopia dominante.

Nei momenti di “sconforto lavorativo” trovo utile e arricchente confrontarmi con le persone con cui condivido la passione per questo lavoro, quelle che ho incontrato in rete e ho avuto la fortuna di conoscere anche di persona. Alcune di loro saranno a Crema il 30 maggio e parleranno al convegno “I bibliotecari si raccontano: sfide, opportunità e alleanze” organizzato dalla Rete Cremonese. Se è vero che la continuità di una community dipende dalla capacità delle persone di raccontarsi e che le storie tessute di passato e presente trasmettono una visione del futuro, direi di non perderci un’occasione rara ma altrettanto preziosa per la comunità dei bibliotecari e al di fuori dei soliti schemi. Perciò iscrivetevi qui  al più presto!

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*Il titolo l’ho preso in prestito da un album dei Social Distortion intessuto di “rabbia e speranza” che ho conosciuto grazie agli Extratime bloggers, nuova linfa della nostra community.

AL Live: il presente e il futuro degli ebook

Il video è la registrazione della puntata del 18 aprile scorso di AL Live durante la quale Sue Polanka, bibliotecaria americana esperta di ebook  e blogger, Jamie la Rue (Douglas County Libraries) e Scott Wasinger (Ebsco Publishing) si sono confrontati sul presente e il futuro degli ebook. Un’interessante conversazione a tre su elementi fondamentali relativi al prestito degli ebook nelle biblioteche.

Un’importante notizia recente riguardante gli ebook è quella relativa alla decisione di Simon & Schuster (l’ultimo dei Big 6, ora Big 5 dopo la fusione di Random House e Penguin, a non consentire il prestito dei propri ebook nelle biblioteche) di avviare una sperimentazione di digital lending con le biblioteche pubbliche di New York. Un passo in avanti, rispetto alla chiusura precedente, e nella giusta direzione anche se, secondo Wasinger, resta ancora molto da fare ed è necessario insistere per ottenere di più e sperimentare nuovi e diversi modelli di business (il modello prevalente è one book/one user). La Rue ricorda che restano aperti i problemi relativi al possesso della copia digitale, dell’integrazione e della difficile gestione di modelli e licenze a volte conflittuali, della mancanza di sconti. L’assenza dei titoli dei maggiori editori dalle biblioteche si sta comunque rivelando una scelta controproducente dato che nel frattempo hanno guadagnato visibilità e interesse quegli editori minori che sin da subito hanno collaborato con le biblioteche.

Altra questione d’attualità è quella del pricing, secondo una recente indagine il prezzo ideale degli ebook dovrebbe oscillare tra i 4 e gli 8 dollari, una soglia che potrebbe non essere considerata sostenibile dagli editori e che potrebbe introdurre interessanti cambiamenti. Wasinger non crede che il “prezzo ideale” possa essere applicato a qualsiasi prodotto editoriale ma è certo che la tendenza del mercato sia verso la normalizzazione e un complessivo abbassamento dei prezzi. Secondo La Rue i prezzi degli ebook dei Big 6 sono troppo alti per le biblioteche, mentre quelli degli editori indipendenti, con cui le DCL stanno collaborando, sono molto vicini a quello indicato come ideale. E’ convinto inoltre che la sostenibilità per gli editori, e di conseguenza la loro sopravvivenza sul mercato, non debba essere una preoccupazione delle biblioteche il cui compito è quello di connettere autore e lettore e fa anche notare che (come ci insegna il settore musicale) la scomparsa di un editore non significa necessariamente la scomparsa di contenuti, mentre è vero che si è registrato un calo delle vendite proprio per quegli editori che hanno scelto di restar fuori dalle biblioteche (e che non ne sono quindi responsabili).

Tema che riguarda il presente e il prossimo futuro degli ebook è quello dei formati e in particolar modo dell’epub3 la cui adozione sembra però incontrare ostacoli. Secondo La Rue l’introduzione dell’epub3 con le sue potenzialità potrebbe rappresentare una nuova ondata di cambiamenti tecnologici nell’editoria, al punto da trasformare la definizione stessa dell’ebook che sarà qualcosa di completamente diverso rispetto ad oggi. É inoltre probabile che l’avvento dei nuovi ebook (data la possibilità offerta dall’epub3 di una maggiore integrazione multimediale) porti con sé anche fenomeni negativi che potrebbero essere assimilati allo spam tipico delle email. Wasinger concorda sull’importanza dell’epub3 sia per gli aggregatori, gli editori, che per le biblioteche e gli utenti finali, soprattutto grazie alla sua maggiore accessibilità che consente sia layout verticali che da sinistra a destra (supportando quindi sia le lingue asiatiche che quelle mediorientali). L’epub3 inoltre presenta sia un migliore reflow che una maggiore interoperabilità e ha una infrastruttura che apre spazi a utilizzi sempre nuovi. É però importante assicurare il giusto livello di standardizzazione e ciò necessita della collaborazione di editori, biblioteche e aggregatori.

Altro argomento affrontato è quello del prestito degli ebook nelle biblioteche realizzato sia tramite le piattaforme di aggregatori quali Ebsco che in autonomia (local hosting) come avviene nelle Douglas County Libraries. Sia La Rue che Wasinger concordano che entrambe le soluzioni possano coesistere. Il direttore delle DCL vede nel local hosting la soluzione per rendere disponibili tutti quei contenuti al di fuori dell’editoria mainstream (editori indipendenti e self publishing) normalmente non offerti dagli aggregatori, per garantire una loro migliore integrazione (la gestione autonoma dei file consente ad esempio l’indicizzazione fulltext), per ottenere sconti migliori. Wasinger riconosce che alcuni contenuti soprattutto quelli tipici delle biblioteche pubbliche destinati alla lettura di svago (e per i quali il modello one book/one user è funzionale) possano trarre vantaggi da una gestione autonoma là dove si dispone di tecnologia e risorse umane. Gli aggregatori invece, oltre ad offrire un ambiente per l’acquisizione dei contenuti facile da utilizzare, grazie a strumenti di ricerca, filtri e preview, si occupano delle trattative con gli editori (che a loro volta evitano di confrontarsi con un numero infinito di biblioteche), offrono diversi modelli di business più idonei per la ricerca o il reference con un notevole risparmio di tempo e risorse umane.  Il modello delle DCL, basato sul local hosting e sulle trattative dirette con gli editori, sviluppato nell’arco di due anni, ha dei costi molto elevati e richiede un team competente ma potrebbe essere riproducibile da consorzi o reti di biblioteche per ottenere economie di scala (anche se è necessario superare la ritrosia degli editori nel concedere in licenza le loro collezioni a livello consortile).

Il riferimento ai consorzi introduce un nuovo argomento. Sue Polanka chiede infatti se sia possibile ipotizzare la futura realizzazione dell’interprestito digitale (DILL). La Rue ammette che le resistenze degli editori (il cui scopo è moltiplicare le vendite) sono molto forti, anche gli editori che contattano le DCL per vendere i loro titoli impongono sempre come vincolo quello di non prestarli ad altre biblioteche. E se ancora le DCL non hanno trovato la soluzione tecnica per la gestione del DILL sono fermamente intenzionate a realizzarlo, certe di convincere gli editori che in un mercato editoriale in continua espansione le biblioteche possano contribuire attivamente ed efficacemente a dare visibilità ai titoli e quindi ad aumentarne richieste e vendite. Wasinger ritiene che in un futuro il DILL potrà essere realizzato è però vero che già ora il “short term loan” può offrire una soluzione alle biblioteche che non riescono ad acquistare tutti i titoli di catalogo ma vorrebbero ugualmente soddisfare le richieste degli utenti.

Sue Polanka sposta l’attenzione al marketing dei contenuti digitali chiedendo come li si possa rendere visibili e con quali strumenti, sia sul web che all’interno degli spazi fisici della biblioteca. Jamie La Rue è convinto che i migliori promotori dei contenuti siano i bibliotecari che leggono e conoscono le collezioni e sono ritenuti affidabili dagli utenti. Le biblioteche inoltre, avendo una diffusione capillare sul territorio, potrebbero diventare anche librerie (là dove non esistono) ed organizzare eventi in collaborazione con gli editori indipendenti per dare visibilità ai loro contenuti. Al momento alle DCL si sta lavorando ad un software che, servendosi della “reading history” degli utenti, elabora suggerimenti di lettura personalizzati inviati anche sui dispositivi mobili. All’interno delle biblioteche sono inoltre stati collocati, accanto alle vetrine delle novità, dei powerwall digitali touch per segnalare e rendere visibili le collezioni digitali. Se è vero che gli editori sono disposti a pagare le librerie per ospitare “chioschi” che mettano in mostra i loro titoli, sostiene La Rue, allora anche le biblioteche possano risultare appetibili e utili agli editori in cerca di visibilità (nelle DCL si registrano 2.000.000 di visite annue sia in loco che sul sito). Wasinger ritiene che la “discoverability” sia la parola chiave per le collezioni digitali e si deve perciò favorirla sia attraverso il catalogo, il sito web della biblioteca che i dispositivi mobili.

Al momento e in attesa che le ricerche full text rendano “inutili” i cataloghi (la discoverability suggerisce La Rue non sempre ha a che vedere con gli standard di catalogazione), è necessario trovare soluzioni tecnologiche per sfruttare al meglio i MARC records e i metadata (la cui qualità non è sempre garantita dagli editori) soprattutto, suggerisce Wasinger, in collezioni molto vaste o che variano nel tempo (abbonamenti) od ancora sviluppate su domanda dell’utente (PDA e DDA). Dato che il digitale ha di fatto eliminato il problema della revisione del patrimonio e dell’eliminazione dei titoli più vecchi, anche le biblioteche pubbliche potrebbero garantire l’accesso a tutta la produzione editoriale acquisita nel tempo, non solo a quella corrente, e La Rue ipotizza di guidare gli utenti alla scoperta della collezione tramite due diversi discovery layer che permettano ricerche accurate e garantiscano visibilità.

Il passaggio dall’analogico al digitale rappresenta anche un’occasione per le biblioteche di avere un ruolo attivo come editori. Jamie La Rue sostiene che la tecnologia di cui le sue biblioteche si sono dotate per il digital lending consente di agire anche come editori, supportando gli autori locali e/o di storia locale in tutto l’iter che va dalla creazione alla distribuzione di contenuti. É convinto che questa sia una delle sfide più importanti per le biblioteche (che si riprenderebbero il loro ruolo di selezionatori di contenuti di qualità) e che entro 25 anni in ogni biblioteca ci sarà un “ufficio editoriale”. Le biblioteche sono radicate nel territorio e possono raggiungere e lavorare con gli autori che vivono lì. Le DCL ad esempio stanno progettando una sorta di incubatore per gli autori. Vorrebbero offrire a chi desidera scrivere “buoni libri” il supporto di un gruppo formato da autori esperti, editor e designer che li guidi nel processo di realizzazione dell’opera. Una volta ultimata verrà promossa dalla biblioteca con la collaborazione della comunità di utenti che vorranno leggerla e recensirla. La visione è quella di una comunità che si trasforma, non più di consumatori ma di creatori di contenuti. Un processo di recensione per certi versi simile a quello dell’open access in ambito universitario. Gli aggregatori a loro volta potrebbero selezionare il meglio di tutte le produzioni locali e renderlo disponibile su vasta scala.

Una questione spinosa nell’ambito degli ebook e di cui si auspica una soluzione è quella del controllo del copyright da parte degli editori e delle restrizioni conseguenti. Ebsco dubita che tutti i contenuti in futuro saranno pubblicati con licenze open come molti desidererebbero, ma è convinto che ci siano segnali di apertura da parte degli editori, per lo meno verso DRM meno rigidi. La Rue è molto severo nel suo giudizio,  afferma che il copyright abbia poco a che vedere con gli autori e la salvaguardia della protezione della proprietà intellettuale e sia invece una questione corporativa degli editori. E’ convinto che le biblioteche, che da sempre garantiscono il rispetto dei diritto d’autore, dovrebbero lavorare di più e direttamente con gli autori stessi per costruire nuove forme di tutela.

Il futuro degli ebook sarà quindi caratterizzato da un peso sempre maggiore del self publishing, dalla standardizzazione dei formati e da una forte integrazione (anche con l’universo dei contenuti mediati dalle biblioteche) dato che saranno più “intelligenti”, più ricchi di soluzioni multimediali e consentiranno maggiori connessioni con contenuti esterni. Il futuro degli ebook sembra essere sinonimo di sperimentazione, di ricerca di nuovi paradigmi, di nuove connessione tra i contenuti.  Un futuro nel quale il ruolo delle biblioteche e delle loro comunità si giocherà non solo sulla fruizione e distribuzione ma soprattutto sulla creazione di contenuti. Per usare l’immagine di La Rue le biblioteche non saranno più gatekeeper ma gardener.

In occasione della National Library Week tenutasi dal 14 al 20 aprile, l’American Library Association ha pubblicato il suo report annuale che fotografa la situazione delle biblioteche americane e dal quale emerge il loro impegno nel rispondere alle sfide rappresentate dalla crisi economica e dal passaggio al digitale. Un report basato su dati raccolti a fine 2012, quindi per certi aspetti già datato, ma comunque interessante.

Nel corso del 2012 le biblioteche Americane hanno rappresentato un’ancora di salvezza per la popolazione colpita dalla recessione e dalla perdita del lavoro offrendo loro formazione, risorse online per trovare lavoro e sostegno all’auto-imprenditorialità. Sono il 75% le biblioteche che offrono software e altre risorse per aiutare gli utenti a compilare i loro cv o altra documentazione necessaria e i bibliotecari li aiutano a completare richieste di lavoro online. Servizi minacciati dai tagli governativi ma che possono contare sull’impegno delle biblioteche, rappresentate dall’ALA, nella ricerca ed esplorazione di nuove opportunità di finanziamento.

Altra sfida importante è quella della costante migrazione dei contenuti verso il digitale alla quale non sempre corrisponde la garanzia di un accesso democratico agli stessi.

Nel corso del 2012 gli ebook sono divenuti più popolari (come è risultato dall’indagine di Pew Internet): la percentuale di coloro che leggono ebook dai 16 anni in su è cresciuta dal 16 al 23% mentre è diminuita dal 72 al 67% quella di coloro che leggono libri cartacei. Aumento che coincide con quello dei possessori di device per la lettura. Ciò nonostante molti lettori non sanno ancora che le biblioteche prestano ebook e fra questi ben il 58% dei loro utenti.

Nonostante la mancanza di sostegno da parte degli editori che ostacolano il prestito digitale dei loro titoli, l’adozione di ebook nelle biblioteche è comunque in aumento: il 75% presta ebook, il 67% in più rispetto alla rilevazione precedente, servendosi non più solo da Overdrive ma anche da altri aggregatori come 3M Cloud Library, ebrary, Axis360 ed altri. Cresce anche il numero di biblioteche (2 su 5) che presta ereaders ai propri utenti.

Soprattutto il 2012 ha visto il grande impegno dell’associazione dei bibliotecari nel trovare margini di intesa con gli editori che potessero da un lato ampliare l’accesso agli ebook e dall’altro garantire modelli ritenuti sostenibili da entrambi. Recente è la decisione di Penguin (che dopo un’iniziale apertura verso il digital lending aveva limitato la disponibilità ai titoli di catalogo) di rimuovere l’embargo di sei mesi sui nuovi titoli, rendendoli quindi disponibili in coincidenza con la loro uscita sul mercato consumer. Altre condizioni non sono variate (ad es. la durata della disponibilità della copia per la biblioteca) ma è comunque un importante risultato dell’impegno dell’ALA ad esplorare insieme ai maggiori editori nuovi modelli di business.

Parallelamente le biblioteche hanno lavorato per trovare intese con gli editori minori, le piattaforme di selfpublishing e gli autori. Alcuni ad esempio hanno scelto le biblioteche per aumentare la loro visibilità presso i lettori/utenti, che ora possono acquistare gli ebook direttamente dalla piattaforma di digital lending della biblioteca nel caso quel titolo non sia immediatamente disponibile al prestito. Modello introdotto dalle Douglas County Libraries (sostenitrici del Fair Use) che hanno anche acquisito 10000 titoli dalla piattaforma di selfpublishing Smashwords.

Alcune biblioteche stanno pensando di seguire l’esempio di BiblioTech, la “biblioteca senza libri” che nascerà a fine 2013 nella contea di Bexar in Texas, concepita come un “information storehouse” dal quale gli utenti potranno scaricare ebook sui propri device o su quelli disponibili al prestito.

La risposta americana al digitale non si limita solo agli ebook. Ciò che risulta dal report è che gli Americani stanno utilizzando le biblioteche ancor più che in passato anche grazie anche al fatto che il 91%  offre free Wi Fi e internet gratuito e rappresentano, nel 67% dei casi, l’unico accesso gratuito alla rete della comunità. Più del 90% delle biblioteche pubbliche offre assistenza tecnologica sia formale che informale.

Davanti ai continui cambiamenti in ambito tecnologico e all’importanza crescente dei social network le biblioteche americane quindi mantengono il loro ruolo di leader tecnologici, non in quanto early adopters ma come primi utilizzatori di tecnologie efficaci, capaci di rispondere ai bisogni del proprio pubblico. Un pubblico che però pur apprezzando il loro ruolo di “technology hubs” nelle comunità di riferimento continua ad essere legato ai servizi tradizionali. Solo il 20% degli intervistati ha detto che le biblioteche dovrebbero rimuovere scaffali e libri per far posto a tech centers, a sale di lettura e per riunioni ed a eventi culturali, il 39% che forse dovrebbero trasformarsi in tale direzione e ben il 36% che non dovrebbero farlo.

Lo scorso giugno, in occasione della conferenza annuale della State University of New York Librarians Association, Kristen Purcell di Pew Internet, tenne il discorso di apertura intitolato “Libraries 2020: Imagining the library of the (not too distant) future, nel quale, riferendo gli ultimi dati su dispositivi di lettura, mobiles e social networking (le slides qui) tracciò la possibile evoluzione delle biblioteche e del ruolo dei bibliotecari.

Una recente infografica di LibrarySciencelist ne ha evidenziato alcuni elementi interessanti. La diffusione di dispositivi mobili connessi a internet (possiede uno smartphone il 46% degli americani, il 67% dei giovani fra i 18 e i 24 e il 71% dai 25 ai 34 anni) consente ormai di avere il web, e quindi l’informazione, a portata di mano (o meglio di dita) e sfida le biblioteche, un tempo gateway dell’informazione, a rinnovarsi per continuare a svolgere il loro ruolo. L’82% delle persone si serve di internet, il 65% dei social network, il 51% dichiara di servirsi dello smartphone per ottenere informazioni al momento del bisogno e il 27% di aver avuto problemi nel fare qualcosa per il fatto di non aver avuto lo smartphone con sé. L’informazione è dunque portatile, partecipativa e personale. Il 91% degli utilizzatori di internet si serve dei motori di ricerca per trovare l’informazione di cui ha bisogno e il 73% ritiene che l’informazione ottenuta sia accurata e affidabile.

Con la diffusione di tablets e ereaders la carta stampata ha perso il suo primato e ciò ha portato non ad una diminuzione, ma ad un aumento della lettura da parte di chi li possiede. La scelta dei formati sta cambiando anche se è ancora fortemente legata alla situazione. L’81% degli adulti ad esempio preferisce leggere libri di carta ai bambini, mentre il 73% preferisce gli ebook in viaggio e durante gli spostamenti e l’83% seglie gli ebook per la loro velocità di acquisizione. La maggior parte dei lettori preferisce possedere i libri che legge (ad eccezione dei lettori di audiolibri) anzichè prenderli in prestito. Il 75% dei possessori di ereaders scegli i libri direttamente negli shop online e solo il 12% lo fa in biblioteca. La lettura è ancora molto importante ma la facilità di accesso dei servizi online fa sì che sempre meno persone si rivolgano alle biblioteche.

In questo contesto la principale funzione della biblioteca sarà quella di aiutare chi consuma informazione:

  • a non sentirsi sopraffatto dall’abbondanza dell’informazione disponibile,
  • a selezionare l’informazione che risponde ai suoi bisogni,
  • a sostenere il flusso costante di informazione sempre nuova.

E i bibliotecari avranno nuovi ruoli:

  • Sentinella: si assicurerà che l’informazione disponibile sia di altissima qualità.
  • Valutatore: dovrà confrontare e raccomandare, aiutare il consumatore di informazione ad effettuare scelte fra diverse opzioni di contenuto.
  • Filtro: suo compito sarà di separare ciò che è di qualità da ciò che non lo è, garantendo al consumatore di informazione la rilevanza che cerca.
  • Certificatore: offrirà al consumatore di informazione gli strumenti per verificare la correttezza delle sue ricerche.
  • Aggregatore: aiuterà il consumatore di informazione a tracciare connessioni fra fonti multiple in modo da ampliare la visuale.
  • Organizzatore: dovrà ordinare e allineare, fornire risorse e strumenti in modo da facilitare i compiti.
  • Nodo di rete: unirà i nodi, metterà i consumatori di informazione in contatto con altri che li possano aiutare.
  • Facilitatore: aiuterà i consumatori di informazione ad identificare i propri obiettivi e li assisterà nel loro raggiungimento.

Sembra dunque che la biblioteca in futuro si specializzerà nel localizzare e identificare informazione di alta qualità e i bibliotecari aiutaranno gli utenti (o meglio i consumatori di informazione) a trasformare l’informazione in azione.

La tecnologia e i cambiamenti sociali hanno cambiato il modo in cui le persone si servono dell’informazione e questo fa sì che il modello di reference tradizionale non funzioni più ed è necessario trovare nuovi modelli di servizio. Sia in ambito lavorativo che sociale sembra assumere sempre maggiore importanza il knowledge worker (e quindi l’accesso all’informazione) a cui si chiede di essere creativo, innovativo, capace di valutare e misurare. Ed in una società in cui nuove conoscenze, strumenti e metodi sostituiscono ad un ritmo accelerato quelli vecchi, è necessario che le persone sviluppino quelle competenze informative che consentono di utilizzare e condividere l’informazione. In ambito americano si riconosce nei bibliotecari la classe professionale che da sempre si occupa del bisogno, della ricerca, della gestione, dell’uso di informazione e di conoscenza e che i cambiamenti in atto offrano loro l’opportunità di intervenire e dare importanti contributi.

La strada da percorrere mi pare sia impervia (almeno per quanto riguarda casa nostra), sia perchè i bibliotecari vengono in genere percepiti solamente come i custodi dei libri, sia perchè spesso ci adattiamo (anche controvoglia) a richieste che vorrebbero trasformare le biblioteche in centri ricreativi, sia perchè la formazione continua, necessaria per rispondere ai nuovi consumatori di informazione, non può essere sostenuta unicamente dalla passione personale.

Friedman, che ha studiato la natura della competizione nell’economia globale e la migrazione del lavoro, nella sua opera “The World is Flat” sprona chiunque a diventare, in ambito lavorativo, intoccabile. Intoccabili sono le persone i cui lavori non possono essere esternalizzati, persone che sono specializzate, “ancorate” e estremamente adattabili. Essere specializzati per i bibliotecari non significa essere solo degli specialisti dell’informazione ma anche conoscere attentamente i settori specifici in cui l’informazione verrà utilizzata (e qui ad es le biblioteche pubbliche dovrebbero creare alleanze verticali con quelle universitarie, pubbliche anche se con diversa accezione, per offrire risposte competenti), essere ancorati significa comprendere i bisogni della propria comunità, individuare settori di nicchia e creare servizi su misura, incontrare in modo proattivo la propria comunità. Essere adattabili significa rinnovarsi di continuo e per far ciò le nostre biblioteche hanno bisogno di persone giovani, portatrici di nuove competenze, di nuove energie, di professionalità non tradizionali con cui lavorare in team per pensare, sperimentare, creare nuovi servizi.

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